Gli aedi profumati d’incenso e schiumanti di zelo, che dai banconi dei bar di Guardia celebrano la probabile ricandidatura di Raffaele Di Lonardo, sembrano aver perso del tutto il senso del ridicolo. Ma attenzione: parliamo ancora di ipotesi, di sussurri, di indiscrezioni raccolte tra un caffè e una gratta e vinci. Perché a Guardia, si sa, le decisioni politiche non si prendono mai d’impulso. Prima bisogna consultare il pantheon locale: zio Floriano, che conta dal ’78; il parroco, che benedice le alleanze; il farmacista, che conosce tutti i segreti; e naturalmente l’oracolo supremo di Benevento, che dall’alto del suo palazzo pronuncia sentenze definitive come un Papa medievale.
Dal bancone ci parlano di “continuità”, di “esperienza”, di “stabilità”: ma solo dopo aver verificato che il vento soffi nella direzione giusta, che le stelle siano allineate secondo gli antichi rituali elettorali guardiesi, e che il Grande Consiglio dei Notabili Guardiesi (composto da cinque pensionati, due commercianti, un artigiano, uno della Coldiretti, uno della CIA, e il capo cantiniere) abbia dato il suo benestare con fumata bianca dal circolo della Farciola.
Ma stabilità… di cosa? Di Guardia Ferma? Perché se c’è una costante nei quasi 1800 giorni dell’amministrazione Di Lonardo, è proprio l’immobilismo istituzionalizzato, elevato a sistema, codificato come si codifica una liturgia bizantina. E non un immobilismo placido, contemplativo, da eremiti saggi: ma un’inazione cerimoniale, protocollare, dove ogni non-decisione deve passare attraverso il vaglio di almeno tre generazioni di ex-qualcosa e il consenso preventivo del cugino di secondo grado, che “comunque ha sempre avuto peso”.
Il problema, dunque, non è che Di Lonardo forse si ricandida (sempre che il Conclave dei Saggi guardiesi non decida diversamente nell’ultima giornata utile, come da tradizione). Il problema è che lo farebbe – condizionale d’obbligo – senza uno straccio di bilancio politico da esibire, se non quello, tragicomico, di “non aver fatto danni e aver rispettato le gerarchie”, come dimostra l’ultimo episodio Alto Calore. E qui viene spontaneo il ricordo della geniale parodia di Totò e Peppino, nella lettera alla malafemmina: “Hai fatto tante cose belle per gli italiani, come per esempio…”. Pausa. Silenzio. Smarrimento. Consultazione d’urgenza con il consigliere storico della famiglia.
Ecco, provate a fare lo stesso con Di Lonardo. Provate a chiedere, anche al più accanito sostenitore del bar di fronte al Comune: “Qual è la più grande conquista di questi cinque anni?” E vedrete quel sorriso diplomatico da Prima Repubblica, lo sguardo che si perde nell’orizzonte aspettando un suggerimento dall’alto, la risposta che arriva solo dopo aver mentalmente consultato il vademecum delle frasi fatte per ogni occasione. Alla fine, vedrete, vi parlerà di Vinalia (che quest’anno è andata benissimo, grazie anche al contributo di… ). O della sistemazione del campo sportivo (in collaborazione con la Regione, la Madonna e Padre Pio). Ma nulla che giustifichi cinque anni di potere, anche se gestito in coabitazione con metà dell’albero genealogico del consenso locale.
Il confronto con Totò e Peppino non è gratuito. Come nelle migliori tradizioni democristiane, qui assistiamo a una gestione dove ogni scelta politica è il risultato di una consultazione permanente che coinvolge tutti i portatori di interesse, i detentori di memoria storica, i custodi delle chiavi interpretative del territorio, e naturalmente – ultimo arrivato – il figlio del “cantiniere” che “comunque bisogna sentire”. La politica vera è appaltata altrove (Benevento comanda, Roma–Puglianello benedice, Napoli paga), mentre l’ordinario è affidato ai “falchi cantinieri” delle feste e delle sagre, opportunamente coordinati dal Comitato per la Continuità Tradizionale.
Vinalia über alles, potremmo dire, ma solo previa autorizzazione della Cooperativa e dell’Associazione degli Amici della Cultura Locale. A ogni problema strutturale – spopolamento, servizi al collasso, giovani in fuga verso Milano o il Nord Europa, assenza di visione che vada oltre la prossima Vinalia – si risponde con flûte di Quid, storytelling calibrato sui social, e naturalmente il ricorso alla saggezza popolare: “Così fan tutti, così si è sempre fatto, così faremo anche domani (se Dio vuole e gli altri ce lo permettono)”.
Eppure, in questi cinque anni c’era una possibilità, almeno teorica. Guardia avrebbe potuto davvero cambiare passo. Invece? Ritardi da manuale delle procedure, progetti timidi come un primo appuntamento, incapacità amministrativa mascherata da prudenza istituzionale, e naturalmente la necessità di “sentire tutti prima di decidere qualcosa”. Non c’è stata neanche la decenza di una promessa mantenuta in autonomia, un gesto simbolico che non richiedesse il preventivo assenso del Sindacato delle Vedove Illustri, un’idea diversa che non fosse già stata testata nelle amministrazioni limitrofe e approvata dal Consiglio degli Anziani. Di Lonardo poteva, se avesse voluto e se glielo avessero permesso, rischiare. Rischiare di dispiacere a qualche portatore di voti pur di fare il bene di molti. Rischiare di disturbare qualche equilibrio consolidato per cambiare davvero. Ma ha preferito la strategia andreottiana del “tirare a campare per non tirare le cuoia”, integrata dalla sapienza guardiese del “meglio non muovere l’acqua che è sempre stata ferma”. Il suo futurismo, se così vogliamo chiamarlo, è all’incontrario: non marciare verso il domani, ma marcire lentamente in un presente che sa di naftalina, di incenso di sagre paesane, e di quella polvere sottile che si deposita sui sogni quando li si ripone troppo a lungo nei cassetti dell’amministrazione.
E allora, di fronte a questa nuova (probabile, eventuale, sempre subordinata al placet degli organi locali competenti) candidatura, c’è davvero poco da celebrare. Se la longevità politica fosse sinonimo di merito, anche un cactus in un salotto liberty avrebbe diritto a un encomio e alla cittadinanza onoraria. Ma il punto è che Di Lonardo non ha resistito cinque anni: li ha semplicemente occupati con la grazia discreta di chi sa che il vero potere sta nell’arte di non decidere mai nulla senza aver prima chiesto a tutti il permesso.
Guardia merita di più. Lo ripetiamo da tempo. Merita un’amministrazione che abbia un’idea di futuro che non sia solo quella di restare al potere rispettando tutte le liturgie del caso. Merita qualcuno che, al momento dell’eventuale congedo (sempre che il Consiglio dei Saggi lo autorizzi), lasci almeno una panchina, un albero, una luce nuova. E non solo la vaga percezione che, in fondo, non sia successo nulla – il che, tutto considerato, per gli standard locali potrebbe già considerarsi un discreto successo.
Buon Ferragosto!