Il malessere che attraversa Guardia non è una novità, né può essere spiegato con le solite accuse rivolte a chi amministra oggi o a chi ha amministrato ieri. È un disagio più profondo, antico, radicato nel tessuto stesso della nostra comunità. Un disagio che si è sedimentato negli anni come il calcare nelle tubature: piano piano, fino a bloccare tutto. E oggi esplode in forme diverse: apatia (elevata quasi ad arte), rassegnazione (che qui è diventata sport nazionale), conflitto sterile (che almeno tiene occupati), sfiducia generale (l’unica cosa davvero condivisa).
La sensazione diffusa è che le cose importanti accadano altrove, che Guardia sia rimasta ai margini della storia, bloccata in una zona grigia dove nulla cambia davvero. Ma questa condizione non è neutra: ha dei responsabili. E la responsabilità più grande ricade su chi, da decenni, gestisce questo paese come se fosse una proprietà personale – e a giudicare dalla cura che ci mettono, neanche tanto pregiata –, senza mai davvero mettere in discussione il proprio ruolo, né aprirsi al nuovo, né assumersi il coraggio del passo indietro.
Non possiamo continuare a pensare che basti un piccolo restyling politico o qualche volto “giovane” in appoggio ai soliti noti per parlare di cambiamento. È come mettere una vernice nuova su una casa che crolla: al massimo crolla con più stile. Il cambiamento vero richiede un’altra visione, un altro passo, e soprattutto altri uomini e donne. Serve una classe dirigente nuova, libera da interessi incrociati – che qui sono più intrecciati di un maglione della nonna –, capace di restituire ai cittadini la sensazione che le decisioni vengano prese per il bene collettivo e non per conservare il potere. Rivoluzionario, lo so.E invece, a fronte di ogni critica, anche civile e documentata, si alzano muri. Muri così alti che neanche i costruttori dell’antica Babilonia ci avrebbero creduto. Siamo arrivati al punto che non si accettano più nemmeno osservazioni legittime, come dimostra il caso dell’articolo — a firma del sottoscritto — in cui si mettevano in evidenza le manchevolezze di una manifestazione storica come Vinalia. Un tempo esempio di valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti, oggi ridotta — è sotto gli occhi di tutti, ma evidentemente tutti si sono messi gli occhiali da sole — a una sorta di sagra del kitsch, caotica, disorganizzata, adatta solo a soddisfare l’ego dei suoi interpreti. In pratica, un raduno di narcisi con il vino in mano. In cambio di quella riflessione, che voleva essere uno stimolo e non un attacco, ho ricevuto insulti, minacce, attacchi personali, come se criticare una manifestazione significasse voler distruggere la comunità stessa. O come minimo aver bestemmiato in chiesa durante la messa di Natale.
È questo il punto: la nostra comunità ha smesso di ascoltare, ha smesso di dialogare. Non regge più nemmeno un confronto sincero, perché tutto viene percepito come attacco. Persino dire “buongiorno” viene interpretato come una critica velata al “buonasera” del giorno prima. Chi tocca il potere — anche solo con una tastiera — viene isolato, delegittimato, colpito. Come se fosse contagioso. Questa è la cartina tornasole di un paese che non riesce più a guardarsi allo specchio, probabilmente perché ha paura di quello che vedrebbe.
Eppure, Guardia non è condannata alla decadenza. Può ancora cambiare. Ha tutte le carte in regola per farlo, peccato che siano sempre le stesse mani a giocarle. Ma non lo farà finché resterà nelle mani di chi, da troppo tempo, esercita il potere come mestiere personale – con tanto di pensione garantita e benefit inclusi. Non lo farà finché la critica sarà vista come una minaccia e non come una risorsa. Che poi, a ben pensarci, la critica è gratis: in tempi di crisi non è mica male.
Non si tratta di fare tabula rasa per spirito distruttivo, ma di avere il coraggio, finalmente, di voltare pagina – magari dopo averla letta, tanto per cambiare –, e di riconoscere che le risposte nuove arrivano solo da persone nuove, da una nuova generazione capace di guardare Guardia con occhi diversi, con competenza e visione, con passione ma senza gli interessi incrostati che da anni inquinano ogni iniziativa. Incrostazioni così spesse che neanche il miglior anticalcare riuscirebbe a toglierle.
Abbiamo bisogno di risalire. Guardia ha bisogno di risalire. Di salire di un piano, per osservare da una prospettiva più alta e chiara. Non per isolarci in una torre d’avorio – che comunque da queste parti costerebbe troppo –, ma per salire — finalmente — in una vera torre di guardia, dalla quale scrutare l’orizzonte, leggere i segni del tempo, vedere i volti degli uomini e delle donne di questa comunità. E da lì ripartire. Insieme, ma con un’altra guida. Magari una che conosca anche la strada.
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