Le ragazze dello stand informazioni, con i loro sorrisi professionali e le camicette strategicamente abbottonate, distribuiscono mappe del “percorso del gusto” a orde di visitatori che fingono di ascoltare le istruzioni mentre, mentalmente, calcolano quante degustazioni riusciranno a infilare prima dell’alba. Ignari che tra un’ora quello stesso percorso si trasformerà in una Via Crucis enologica, dove il senso di marcia diventerà un concetto puramente teorico.

Ed eccola, l’invasione degli enoappassionati. L’affluenza quest’anno ha dell’incredibile, ma bisogna fare una distinzione fondamentale: oggi esistono infatti due Vinalie parallele, separate da pochi metri ma da anni luce di approccio enogastronomico.

C’è la Vinalia del popolino, quella democratica e caotica che invade ogni vicolo, ogni angolo, ogni spazio disponibile di una piccolissima parte del centro storico. Auto da mezza regione scaricano in ogni buco del paese frotte di degustatori professionali e improvvisati, che si riversano nelle stradine del borgo con la determinazione di chi ha una missione da compiere. Famiglie intere con passeggini carichi di bambini e bottiglie, comitive di pensionati, giovani hipster con un sacchetto porta-bicchiere appeso al collo che fotografano ogni etichetta per il loro feed Instagram dedicato al “wine lifestyle”.

E poi c’è l’altra Vinalia, quella che si nasconde elegantemente sulla piazza d’armi del castello, riservata a un pubblico più… selezionato. Qui non si urla, qui si applaude “con eleganza e moderazione”, qui si sussurra di note olfattive e si discetta di tannini con l’aplomb di chi sa distinguere una Falanghina DOC da una Falanghina DOC vulcanica a occhi chiusi. Gli showcooking si susseguono con la precisione di un orologio svizzero: chef stellati si esibiscono davanti a platee raccolte, che degustano piatti raffinati accompagnati da calici di etichette d’autore.

Il sindaco, intervistato mentre si destreggiava tra le due manifestazioni, presentazioni di libri, convegni sui figli degli emigrati, ha dichiarato con orgoglio misto a diplomatico imbarazzo: “Mai visto niente del genere. Tutto merito della mia amministrazione.”

Ma il vero spettacolo inizia quando si mettono a confronto i due mondi.

Da una parte, tra gli stand del centro storico, la competizione per attirare l’attenzione del pubblico ha raggiunto vette di creatività che sfidano ogni logica commerciale. C’è chi ha ingaggiato una band di tarantella che suona a tutto volume davanti alle damigiane, chi – tra un peperone imbottito e un arrosticino – ha allestito un corner con tanto di DJ set per accompagnare la degustazione di Barbera, e chi – più pragmaticamente – ha puntato tutto sul richiamo ancestrale del panino con la porchetta.

Dall’altra parte, sulla piazza d’armi, regna un’atmosfera da circolo esclusivo, dove i sommelier dispensano perle di saggezza enologica a un pubblico che annuisce compunto mentre assaggia tartare di ricciola su letto di caviale di Osietra. Niente urla, niente musica assordante, solo il tintinnio discreto dei calici e conversazioni sussurrate sui vitigni autoctoni del Sannio.

“Andiamo, gente, che qua ci sta solo robba buona! Non fate i pidocchiosi!” urla dal basso il re indiscusso del caciocavallo impiccato, un omone dalla voce squillante che ha trasformato la sua postazione in un teatro dell’improvvisazione culinaria. La sua voce arriva attutita fino alla piazza d’armi, dove uno chef stellato sta spiegando a una platea rapita i segreti del suo “baccalà mantecato su crema di fagioli cannellini con riduzione di Cantari riserva”.

Due mondi che si guardano con reciproca curiosità: dall’alto del castello si sente il chiasso festoso della Vinalia popolare; dal basso si intravede la luce soffusa degli showcooking d’élite. E ogni tanto qualche temerario cerca di passare da un mondo all’altro, ma raramente ci riesce senza essere notato – e senza aver prima prenotato.

L’organizzazione ha studiato un percorso che, sulla carta, dovrebbe garantire un’esperienza ordinata e completa. Frecce direzionali, numerazione degli stand, orari scaglionati, vie di fuga (!!!). Tutto perfetto, almeno fino alle 21:30, quando il “percorso del gusto” si trasforma in un percorso di guerra urbana, dove sopravvive solo chi riesce a sgomitare meglio.

Le cantine più furbe hanno capito l’antifona e si sono attrezzate di conseguenza. Tavolini alti per le degustazioni rapide, musica dal vivo per creare atmosfera e – soprattutto – cantinieri sorridenti che distribuiscono assaggi con la generosità di chi sa che il cliente ubriaco è un cliente felice. “L’anno scorso abbiamo venduto 1.000 bottiglie in tre giorni”, confida un produttore locale mentre riempie l’ennesimo calice, “quest’anno siamo già a quota 800 e siamo solo al quarto giorno. La gente ha voglia di stare insieme, di assaggiare, di scoprire.”

Ma Vinalia è soprattutto un formidabile osservatorio antropologico, che offre uno spaccato perfetto della società guardiese contemporanea. Nel centro storico c’è il professore in pensione che pretende di spiegare a tutti i segreti della vinificazione, la coppia di turisti che soggiorna a Telese e fotografa metodicamente ogni etichetta, il gruppo di amici che ha trasformato la degustazione in una gara a chi regge di più. Sulla piazza d’armi, invece, il campionario umano si fa più raffinato: politici, soprattutto, e signore eleganti che discutono di abbinamenti cibo-vino con la competenza di chi ha frequentato corsi AIS; giovani emergenti – politicamente parlando – che postano foto dei piatti gourmet sui social con didascalie motivazionali.

E poi ci sono gli habitué di entrambi i mondi: quelli del centro storico che arrivano con il loro bicchiere personale e conoscono i proprietari di ogni cantina, e quelli della piazza d’armi che parlano di “annate irripetibili” con l’autorevolezza di chi possiede cantine private.

Il bello è che, ogni tanto, qualche anima coraggiosa tenta il passaggio da un mondo all’altro: c’è chi si avventura timidamente tra gli showcooking d’élite e viene subito allontanato – “ha prenotato?” – e chi preso da nostalgia popolare, dopo la cena scende a farsi una foto con il caciocavallo impiccato.

Momenti di contaminazione sociale che rendono la Vinalia un esperimento antropologico unico nel suo genere.

E quando all’alba cala il sipario sulla giornata e sia il centro storico che la piazza d’armi tornano ai loro silenzi abituali – tra cumuli di immondizia – resta il bilancio di un’esperienza che fotografa perfettamente le contraddizioni del nostro tempo. Da una parte, la Vinalia democratica, la sagra, rumorosa, autentica nei suoi eccessi e nelle sue semplici passioni; dall’altra, quella elegante, sussurrata, raffinata nelle sue pose e nelle sue etichette d’autore.

Ma forse è proprio in questa dualità che sta il fascino vero della manifestazione guardiese.

Perché, alla fine, che tu abbia pagato pochi euro per un calice di Falanghina accompagnato da caciocavallo fumante o 50 euro per un degustation menu con annessi vini di prestigio, l’essenza resta la stessa: ritrovarsi, condividere, riscoprire il piacere dello stare insieme. E se domani mattina qualcuno si sveglierà con un leggero cerchio alla testa – che abbia bevuto nella calca del centro storico o nell’intimità della piazza d’armi – e una vaga reminiscenza di aver promesso di ritornare il prossimo anno, beh, sarà solo il prezzo da pagare per aver partecipato al più stratificato e democraticamente elitario teatro dell’assurdo che la nostra provincia sia in grado di offrire. Perché alla fine, come dice sempre quello del caciocavallo impiccato, dal basso della sua postazione popolare (e come probabilmente sussurra sottovoce anche qualche sommelier dall’alto della piazza d’armi): “La vita è troppo breve per bere vino scadente e fare i pidocchiosi.” Che tu sia un pidocchioso da 5 euro o da 500.