C’è qualcosa di profondamente commovente nella scelta di certi viaggiatori stranieri che, abbandonando i percorsi battuti del turismo di massa, arrivano nei luoghi dimenticati d’Italia. Tra questi, Guardia Sanframondi: un borgo che, al primo sguardo, sembra resistere persino all’idea di essere scoperto. Eppure, arrivano. A volte dopo un viaggio scomodo e surreale, tra treni impolverati e autobus che arrancano su strade ferite dal tempo. Arrivano con occhi curiosi, con pazienza, ma soprattutto con una fede inspiegabile nella bellezza nascosta delle cose imperfette.
Guardia, in effetti, non è un borgo da cartolina. Non offre angoli levigati, né esperienze preconfezionate. Ma proprio per questo, chi ci arriva senza pregiudizi riesce a coglierne la poesia grezza: una terrazza che guarda l’infinito, una casa abbandonata che sembra custodire storie, una fontana senz’acqua che continua, ostinata, a esistere. Quello che sorprende è la tenacia degli stranieri che scelgono non di visitare Guardia, ma di viverla. Comprano case, spesso in rovina, e le ristrutturano. Partecipano alla vita del paese. Aprono laboratori, spazi culturali, progetti artistici. Alcuni imparano l’italiano, altri si arrangiano con sorrisi e gesti. Ma tutti, in un modo o nell’altro, diventano parte attiva di una rinascita silenziosa.
Ci vuole coraggio, ad amare un luogo che non ti accoglie con tappeti rossi. Ci vuole visione, per intravedere un futuro possibile tra le crepe dei muri e del sistema. Ma soprattutto, ci vuole generosità, per credere in un posto che spesso nemmeno i suoi abitanti riescono più a vedere con speranza. Questi nuovi “ospiti”, come li chiamiamo, sono spesso più “di casa” di chi qui ci è nato. Hanno scelto Guardia non per quello che è, ma per quello che potrebbe diventare. E, nel farlo, ci danno una lezione importante: che la bellezza non è sempre evidente, ma può essere coltivata. Che la memoria di un luogo può diventare seme di futuro. Che non serve che tutto sia perfetto per iniziare qualcosa di buono. In un’Italia che rischia di smarrire i suoi borghi più autentici, schiacciati tra una narrazione che predica lo spopolamento, l’abbandono e la gentrificazione, Guardia Sanframondi è oggi un laboratorio fragile e prezioso. Una terra di confine tra passato e possibilità. Un posto che può sembrare “così brutto da essere interessante”, ma che in realtà è così vero da meritare amore.
A chi viene da lontano e sceglie di restare, a chi ristruttura un rudere come se fosse un tempio, a chi organizza eventi, incontri, cammini, a chi ci crede anche quando tutto sembra immobile: va il nostro più sincero grazie. Perché non state solo salvando Guardia. State salvando una parte dell’Italia che non sa più come raccontarsi.
Perché non trasportiamo questa passione anche nella gestione politica e amministrativa di Guardia? In fondo, sono loro che comprano le case che nessuno vuole, che partecipano ai convegni con entusiasmo, che organizzano occasioni di ritrovo senza contributi pubblici, che promuovono il paese meglio di qualsiasi campagna istituzionale. Sono loro, paradossalmente, ad aver creduto in un “fallimento” e ad averlo trasformato in laboratorio di possibilità. Non sarebbe una resa, ma un atto d’amore: riconoscere che chi ha scelto questo luogo senza alcun obbligo spesso lo tratta con più cura e visione di chi ci è cresciuto nel disincanto.
Magari, così, anche noi guardiesi impareremmo a vedere Guardia con occhi nuovi: quelli di chi arriva da lontano e si ostina a credere che qui, tra i ruderi e le crepe, ci sia ancora qualcosa di straordinario da costruire.