C’era un tempo, non troppo lontano, in cui la vita sociale di Guardia scorreva lungo i marciapiedi del corso, nelle botteghe storiche, nei bar dove al mattino il caffè aveva il sapore delle conversazioni vere. Un tempo in cui le decisioni importanti per la comunità nascevano dall’incontro casuale la domenica mattina in piazza Castello, al fresco della Fontana del Popolo, dalla discussione accesa ma rispettosa tra vicini di casa, dal passaparola che correva di balcone in balcone.

Oggi, quella stessa comunità si è trasferita in massa su Facebook (e WhatsApp). La piazza fisica è diventata un palcoscenico vuoto, mentre la vera vita sociale si consuma negli schermi dei nostri smartphone. Un fenomeno che, lungi dall’essere una semplice evoluzione tecnologica, sta cambiando profondamente il tessuto sociale della nostra comunità.

Basta aprire Facebook per rendersene conto: ogni proposta culturale, ogni polemica amministrativa, ogni dibattito su viabilità, servizi pubblici carenti, raccolta differenziata o eventi locali si svolge ormai esclusivamente nei gruppi cittadini online. Le bacheche personali traboccano di screenshot, di condivisioni di post “importanti”, di commenti che si moltiplicano in thread infiniti dove spesso si perde il filo del discorso originale.

Ma c’è qualcosa di profondamente diverso in questa nuova forma di partecipazione civica. Sui social, la discussione assume caratteristiche che raramente si troverebbero in un confronto faccia a faccia: l’immediatezza dell’emotività prevale sulla riflessione, il bisogno di “dire la propria” supera l’ascolto dell’altro, la tendenza alla polarizzazione si amplifica fino all’assurdo. I cittadini di Guardia sembrano convinti di partecipare attivamente alla vita democratica locale mettendo like, condividendo post e commentando con veemenza. Ma questa è vera partecipazione? O piuttosto una sua simulazione, comoda quanto inefficace?

Sui social, tutti si sentono esperti di tutto: urbanistica, sanità, economia, cultura. La complessità dei problemi viene ridotta a slogan, le sfumature scompaiono in favore di posizioni nette e inconciliabili. Chi ha mai provato a spiegare in un commento di Facebook le implicazioni di un progetto sbagliato o giusto che sia, sa bene quanto sia difficile, se non impossibile, mantenere quella ricchezza di dettagli che una conversazione dal vivo permetterebbe.

Il paradosso è evidente: mai come oggi i guardiesi sono stati così “connessi” tra loro, eppure mai come oggi sembrano così distanti. WhatsApp ci permette di comunicare istantaneamente con chiunque, ma spesso quella comunicazione si riduce a messaggi frettolosi, o condivisioni di contenuti altrui. La spontaneità dell’incontro casuale, quella che permetteva di scoprire aspetti inaspettati dei nostri concittadini, è sostituita dall’algoritmo che ci mostra sempre le stesse facce, le stesse opinioni, gli stessi contenuti.

Ma forse il danno più grave è la progressiva perdita della capacità di confronto civile. Online, è facile bloccare chi non la pensa come noi, ignorare commenti che disturbano la nostra visione del mondo, ritirarsi in bolle di consenso dove le nostre opinioni vengono continuamente confermate. Nel mondo reale, invece, il confronto con la diversità è inevitabile: il vicino di casa con cui condividiamo il pianerottolo ma non le idee politiche, il commerciante che ci serve ogni giorno pur avendo vedute opposte alle nostre. Questa capacità di convivere con il dissenso, di trovare punti d’incontro nonostante le differenze, è forse la virtù civica più importante che una comunità possa coltivare. E sta lentamente scomparendo dalle nostre strade, rifugiandosi in una dimensione virtuale dove tutto è più semplice, più estremo, meno umano.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di invocare nostalgici ritorni al passato. I social media e le app di messaggistica sono strumenti potenti che, usati consapevolmente, potrebbero arricchire anche la vita democratica di Guardia. Il problema è che li stiamo usando come sostituti, non come complementi, delle forme tradizionali di partecipazione civica.

Sarebbe interessante immaginare un futuro in cui la comunità digitale di Guardia sappia ritrovare quelle virtù – l’ascolto, la pazienza, la capacità di cambiare idea, il rispetto per la complessità – che una volta caratterizzavano la vita sociale della nostra comunità. Un futuro in cui i social media diventino strumenti per organizzare incontri reali, per approfondire discussioni iniziate online, per costruire progetti concreti che migliorino la vita di tutti. Ma per arrivarci, dovremmo forse iniziare a chiederci: quando è stata l’ultima volta che abbiamo cambiato opinione grazie a una conversazione su Facebook? Quando è stata l’ultima volta che un dibattito online ci ha fatto sentire più vicini ai nostri concittadini, invece che più distanti?

Le risposte a queste domande potrebbero essere il primo passo per ricostruire quella dimensione ideale condivisa di cui Guardia, come ogni comunità che si rispetti, ha un bisogno vitale. Non sui social, ma nella vita vera. Quella che si vive ancora, fortunatamente, camminando per le strade della nostra comunità.