La stagnazione che attanaglia Guardia Sanframondi da decenni non è solo una questione di politica. È il sintomo di un problema più profondo e radicato: una mentalità collettiva che ha scelto la conservazione dello status quo piuttosto che il rischio del cambiamento, la comodità delle relazioni consolidate piuttosto che l’incertezza dell’innovazione. Insomma: un sistema che si autoalimenta.

Per un quarto di secolo, la nostra comunità ha accettato passivamente un sistema immobile, dove ogni aspetto della vita socio-economica risponde a logiche autoreferenziali. Ma sarebbe troppo semplicistico attribuire tutto alla classe politica dirigente. La verità è che questo sistema ha potuto radicarsi così profondamente perché ha trovato terreno fertile in una mentalità diffusa che privilegia la sicurezza del “si è sempre fatto così” rispetto alla sfida del “si potrebbe fare diversamente”. La rete di dipendenze che caratterizza da sempre il nostro territorio – fatta di relazioni familiari, piccoli favori, concessioni di comodo – non è solo il prodotto di strategie politiche, ma il riflesso di una cultura che ha trasformato l’adattamento in virtù e la rassegnazione in saggezza. Ogni cittadino che accetta un piccolo privilegio, ogni professionista che evita di “fare rumore”, ogni giovane che preferisce l’emigrazione alla battaglia per il cambiamento, contribuisce involontariamente a perpetuare questo immobilismo.

Guardia possiede un patrimonio straordinario: la tradizione vitivinicola che affonda le radici nel tempo, un patrimonio storico-artistico di rara bellezza, paesaggi che potrebbero attrarre un enoturismo in crescita, un unicum nel panorama regionale. Eppure queste risorse rimangono largamente inespresse, non tanto per mancanza di fondi o di opportunità, quanto per l’assenza di una visione collettiva che vada oltre i confini angusti del campanile.

Il problema non è la mancanza di idee o di progetti, ma la resistenza mentale al cambiamento. Quando emergono proposte innovative, spesso si scontrano con il muro di un conservatorismo diffuso che vede in ogni novità una minaccia all’equilibrio consolidato. Il cambiamento di cui Guardia ha bisogno non può limitarsi all’alternanza politica. Servono nuove facce? Certamente. Quelle che vediamo ogni giorno da almeno un quarto di secolo non funzionano. Ma soprattutto serve una nuova mentalità. Una rivoluzione culturale che parta dal basso, dai cittadini, dalle famiglie, dalle associazioni, dalle imprese locali. Significa ripensare il rapporto con il territorio non come un patrimonio da conservare gelosamente, ma come una risorsa da valorizzare e condividere. Significa superare la logica del “particulare” per abbracciare quella del bene comune. Significa trasformare la sfiducia verso l’esterno in curiosità e apertura, la paura del nuovo in desiderio di sperimentazione.

Ma perché tutta questa energia si trasformi in cambiamento concreto, è necessario superare l’individualismo che ha caratterizzato questi decenni. Non basta più il successo del singolo: occorre costruire una visione collettiva del futuro di Guardia, dove il benessere di ciascuno sia legato al benessere di tutti. Il cambiamento di mentalità deve tradursi in azioni concrete e progetti tangibili. Guardia potrebbe diventare un modello di sviluppo sostenibile attraverso alcune iniziative strategiche. Sul fronte turistico, la creazione di percorsi enogastronomici integrati potrebbe valorizzare contemporaneamente il patrimonio vitivinicolo, i monumenti storici e le tradizioni artigianali. L’albergo diffuso? Una buona idea. Se non la affossiamo ancora una volta. Immaginate un centro storico rivitalizzato, con le vecchie case trasformate in accoglienti dimore per turisti. Si chiama albergo diffuso, funziona in centinaia di borghi italiani, ma qui da noi rischia di diventare l’ennesima occasione per litigare su chi prende cosa, quando e con quali amici. I giovani rappresentano la risorsa più preziosa per questo rilancio. La loro energia e competenze tecnologiche, se canalizzate verso obiettivi comuni, potrebbero trasformare Guardia in un esempio di innovazione. I nuovi residenti: risorsa o intrusi? Un’altra potenziale leva per il rilancio? Gli stranieri che hanno scelto Guardia. Gente con cultura, idee e – udite udite – contatti internazionali. In un mondo normale, li accoglieremmo a braccia aperte e chiederemmo loro: “Come possiamo lavorare insieme?”. Invece spesso li guardiamo con sospetto, come se fossero lì a prendersi qualcosa, quando in realtà sono tra i pochi che hanno deciso di investire dove noi stessi sembriamo aver rinunciato a farlo. Questi nuovi cittadini portano con sé esperienze, competenze e reti di relazioni internazionali. Il loro sguardo esterno potrebbe aiutarci a vedere il valore di risorse che diamo per scontate, mentre le loro competenze linguistiche e culturali potrebbero facilitare l’apertura verso mercati europei ed extraeuropei.

Facciamola finita con le scuse. È vero: negli ultimi anni abbiamo subito un’invasione di marziani con la fascia tricolore, ma smettiamola di dire che “è colpa dei politici”. La verità, anche se fa male, è che a Guardia il problema non è chi comanda, ma chi si lascia comandare senza fiatare. E questo vale per sindaci, assessori, comitati, ma anche per noi, cittadini comodamente seduti nel nostro piccolo regno dell’“almeno a me non toccano niente”.

Sì, perché il punto non è solo politico, è cultural-mentale (sì, ci inventiamo anche le parole, tanto per chiarire che serve pensare fuori dagli schemi). Da decenni, ci siamo cuciti addosso un abito comodo: quello del “si è sempre fatto così”. Un outfit che fa un figurone nei convegni sul folklore, ma che non porta da nessuna parte quando si tratta di futuro. Il cambiamento fa paura. L’innovazione? Una parola da forestieri. Il rischio? Lo lasciamo agli imprenditori. Nel frattempo, mentre i paesi limitrofi si danno da fare – chi con il turismo lento, chi con l’enogastronomia, chi con i funghi, chi con i McDonalds – noi ci vantiamo ancora di Vinalia, della vendemmia e di quella casa in centro storico che “potrebbe diventare un B&B, se solo…”

Guardia non è ferma perché mancano le idee. È ferma perché abbiamo creato un sistema così comodo da non volerlo toccare nemmeno con un dito. Un sistema fatto di: parentele strategiche, che valgono più di un curriculum; favori incrociati, che rendono inutile qualsiasi forma di concorrenza leale; paura del giudizio, che fa sì che chi ha un’idea buona la tenga per sé, per non sembrare presuntuoso; emigrazione selettiva, dove chi ha talento se ne va, e chi resta spesso si convince che il problema sia “il mondo che è cambiato”.

Eppure basterebbe poco. O forse no, ma almeno qualcosa si potrebbe fare. Dalle potenzialità ai progetti: serve un po’ di coraggio (e meno individualismo). Guardia ha potenzialità enormi, e lo diciamo talmente tante volte che è diventato il nostro mantra. Vino, tradizioni, natura, case antiche, stranieri che vogliono vivere qui perché “è bello e tranquillo” (e in effetti, è talmente tranquillo che a volte sembra un set cinematografico… disabitato). Ma la verità è che tutte queste potenzialità non servono a nulla senza una visione collettiva. E attenzione: visione collettiva non vuol dire “ognuno fa il suo e poi ci troviamo su WhatsApp”. Significa: trasformare sul serio, ad esempio, le cantine in attrattori turistici (l’enoturismo è in forte crescita), non in club privati per pochi amici. Creare davvero percorsi enogastronomici integrati, con esperienze autentiche e coordinate, non eventi spot per farsi la foto su Instagram. Coinvolgere sul serio i giovani, non per fargli fare qualche foto su Instagram, ma per lasciargli spazio nei processi decisionali. E magari anche ascoltarli, che è gratis.

E allora domandiamoci: vogliamo davvero il cambiamento? O ci piace solo parlarne, purché nessuno tocchi il nostro piccolo recinto? Il problema non è l’assenza di politica. È l’assenza di una coscienza civica attiva. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno non passa solo da un ricambio nei nomi alle prossime amministrative, ma da una trasformazione nei modi di pensare e agire. Serve passare dall’”io mi arrangio” all’”insieme possiamo farcela”. Serve trasformare la paura dell’innovazione in curiosità, e l’apatia in partecipazione.

La maggioranza silenziosa? Esiste. Ed è stanca. Ma se continua a restare zitta, non sarà mai maggioranza: sarà solo una platea che applaude chi comanda. Guardia Sanframondi non è destinata al declino, ma nemmeno immune da esso. Ha tutto quello che serve per rialzarsi: risorse, bellezza, storia, idee. Le manca solo una cosa, quella più difficile: il coraggio collettivo di guardarsi allo specchio, ammettere i propri limiti, e iniziare a costruire davvero.

Perché alla fine la politica – che piaccia o no – segue la mentalità della comunità. E una comunità che cambia testa, prima o poi troverà anche chi sa guidarla. Basta che sia disposta ad accettare che il cambiamento parte… da sé stessa.