I dati sono impietosi, ma forse è meglio così: il 30% di valore perso dalle case negli ultimi cinque anni non è solo una statistica, è l’epitaffio scritto su una lapide. Siamo di fronte a quella che gli economisti, con la loro prosa asciutta, chiamano deflazione immobiliare. Per Guardia Sanframondi suona più come l’ultimo rintocco di campane che nessuno ascolta più.

Dietro questi numeri aleggia il fantasma di una comunità che si va dissolvendo. I pochi eroi romantici che tentano ancora di investire si scontrano con una realtà che non perdona: servizi essenziali spariti, negozi che chiudono come sipari a fine spettacolo, un contesto sociale più rarefatto dell’aria di montagna. Ma ecco il colpo di teatro: mentre il mercato locale si sfalda come un affresco aggredito dall’umidità, molti – guarda caso proprio quelli che oggi parlano di “valorizzazione del territorio” con la retorica di un comizio elettorale – hanno iniziato a diversificare “casualmente” i loro portafogli immobiliari. Appartamentini strategici nelle città universitarie, casette al mare “per i nipotini”, investimenti che nascono “per caso” mentre si passeggia in zone più dinamiche. Una strategia di fuga elegante verso lidi più promettenti. È l’arte suprema dell’ipocrisia contemporanea: tenere un piede in due scarpe, predicare il campanile con una mano e investire altrove con l’altra.

Quando una casa viene messa in vendita a prezzi da saldo di fine stagione, non stiamo assistendo a un’opportunità di mercato: quella favola la raccontano solo gli agenti immobiliari con il sorriso stampato. Stiamo assistendo al funerale di un sogno borghese, quello del mattone come salvadanaio di famiglia. Le proprietà a prezzi stracciati sono cartoline dal futuro che nessuno vuole ricevere: “Saluti da un paese che non c’è più”. Le famiglie che hanno impastato sudore e risparmi per costruire a Guardia le proprie abitazioni si ritrovano ora con patrimoni che valgono meno dei ricordi che custodiscono. Che malinconia pensare a quegli anziani che credevano di lasciare ai figli una cassaforte di pietra e cemento e invece consegnano loro un museo dell’illusione, con tanto di bollette da pagare per tenerlo in piedi.

Oggi Guardia non è più competitiva nemmeno rispetto ai paesi limitrofi – e diciamolo, non è che la concorrenza fosse spietata. È diventata la periferia della periferia, un luogo da cui si scappa con la grazia di chi abbandona una nave che affonda, ma lentamente, molto lentamente, così nessuno può accusarti di aver fatto il primo passo verso la scialuppa. La globalizzazione e i cambiamenti demografici hanno spazzato via il resto, un modello di vita che per decenni a Guardia aveva funzionato benissimo. Per decenni, comprare casa a Guardia equivaleva a comprare un pezzo di eternità, un investimento sicuro come la morte e le tasse. Oggi una casa nel centro storico non è più un investimento: è soltanto un atto d’amore verso le proprie radici, romantico quanto inutile, che bisogna avere l’eleganza di non voler monetizzare. È poesia immobiliare, insomma.

La vera domanda, allora, non è se il mercato immobiliare si riprenderà – spoiler: probabilmente no – ma se avremo la fantasia di trovare un nuovo significato per questo luogo che vada oltre il vil danaro. Perché quando il mattone perde la sua magia, forse è il momento di riscoprire quella della memoria, dell’identità, del senso di appartenenza. Tutte cose bellissime che non pagano le bollette, ma che scaldano il cuore nelle sere d’inverno quando la caldaia non funziona e tu aspetti l’idraulico.

Guardia Sanframondi, come centinaia di piccoli comuni italiani, sta morendo con una certa grazia. Le case vengono svendute perché nessuno le vuole davvero, ma almeno lo fanno con discrezione. Non è colpa di nessuno in particolare – che sollievo – è solo il risultato inevitabile di trasformazioni storiche che hanno trasformato questi luoghi in musei a cielo aperto del “come eravamo”. Fantasmi del passato che si aggirano tra le strade deserte, portando con sé l’eco di voci che non ci sono più e un’epoca che sa solo di rimpianto.