“Tutto cambia perché nulla cambi” – questa celebre massima del Gattopardo non è mai stata così attuale come a Guardia Sanframondi, dove l’arte della trasformazione apparente ha raggiunto vette di sublime perfezione. Qui, dove il tempo sembra essersi fermato non per incanto ma per calcolo, ci prepariamo ad assistere all’ennesima rappresentazione teatrale che va in scena ogni cinque anni: le elezioni comunali.

Diciamocelo chiaramente: a Guardia Sanframondi il ricambio generazionale è un concetto tanto astratto quanto la teoria della relatività per un bambino delle elementari. Da decenni – e quando diciamo decenni, intendiamo proprio decenni – assistiamo al medesimo valzer di nomi, cognomi e parentele che si alternano ai posti di comando con la precisione di un orologio svizzero e la prevedibilità di un copione teatrale recitato mille volte.

I giovani? Ah, i giovani! Quelli con le idee fresche, l’entusiasmo genuino e la pericolosa tendenza a voler cambiare le cose. Ebbene, il sistema locale ha sviluppato un meccanismo di difesa tanto efficace quanto elegante: la cooptazione. Come una ragnatela invisibile ma tenace, il potere locale attira a sé ogni voce dissidente, ogni volto nuovo, ogni potenziale elemento di disturbo. E così, chi ieri gridava al cambiamento, oggi siede composto nei salotti buoni, ammaestrato e addomesticato.

Non chiamiamola mafia, per carità. Sarebbe troppo volgare, troppo cinematografico. Qui si pratica un’arte più sottile, più raffinata: quella del controllo capillare esercitato attraverso una rete di favori, raccomandazioni, piccoli compromessi e grandi silenzi. È la famosa “linea della palma” di Sciascia trasportata dalle aride lande siciliane ai dolci colli sanniti, dove però il clima mite non ha addolcito i costumi.

Il meccanismo è rodato: ogni decisione importante passa attraverso gli stessi canali, ogni appalto trova sempre gli stessi destinatari, ogni posto di lavoro pubblico segue percorsi prestabiliti. E chi osa questionare questo ordine delle cose si ritrova rapidamente emarginato, isolato, privato di quelle piccole convenienze che rendono la vita di provincia sopportabile.

Ed eccoci al punto: la primavera porta con sé non solo le rondini ma anche le elezioni comunali. E allora via al grande spettacolo della democrazia! Comizi infuocati risuoneranno in piazza Castello, promesse di rinnovamento echeggeranno sui volantini e sui social. Ma è lecito chiedersi: quale speranza può avere questo paese? Quale possibilità di autentico cambiamento quando i giochi sembrano già fatti prima ancora che inizino? Quando il consenso si costruisce più sui favori personali che sui programmi politici? Il paradosso di Guardia è tutto qui: un paese che ha bisogno disperato di cambiamento ma che ha sviluppato, nel corso dei decenni, anticorpi così potenti contro ogni novità da renderla praticamente impossibile. Come un organismo che rigetta sistematicamente ogni trapianto, la comunità guardiese sembra condannata a un eterno presente fatto di volti sempre uguali e dinamiche sempre identiche. I cittadini? Spesso rassegnati spettatori di una commedia che conoscono a memoria, divisi tra chi ha smesso di sperare e chi si è arreso all’idea che “tanto non cambia mai nulla”. E così, tra l’indifferenza dei più e la complicità dei pochi, il sistema si perpetua con la forza dell’inerzia e la solidità della consuetudine.

Quindi, che speranze ha questo paese? Forse le stesse che ha un cittadino di azzeccare un gratta e vinci milionario: teoricamente possibili, praticamente improbabili. La primavera arriverà, le elezioni si terranno, qualcuno vincerà e qualcun altro perderà. Ma al di là della superficie, sotto la patina democratica del voto, tutto rimarrà sostanzialmente immutato. Perché a Guardia Sanframondi, come in tante altre realtà del Mezzogiorno, si è compreso da tempo che il segreto del potere non sta nel cambiare le cose, ma nel far credere che stiano cambiando. E così, mentre il mondo corre verso il futuro, qui si continua a ballare lo stesso lento valzer, con gli stessi passi, la stessa musica e, soprattutto, gli stessi ballerini. La linea della palma, d’altronde, non conosce stagioni. Rimane sempre verde, sempre immutabile, sempre presente. Come un monumento alla continuità in un’epoca di cambiamenti. Come un baluardo della tradizione in tempi di innovazione. Come una condanna senza appello in un paese che sogna, forse, una primavera diversa.