Nel panorama dei piccoli centri meridionali che lottano contro lo spopolamento, Guardia rappresenta un caso paradigmatico di come energie innovative possano emergere dal basso, ma anche di come possano scontrarsi con logiche consolidate di potere che temono il cambiamento.

Negli ultimi anni, Guardia ha visto fiorire un ecosistema di associazioni e movimenti perlopiù di carattere culturale che hanno saputo intrecciare tradizione e innovazione, creando spazi di dialogo e progettualità prima impensabili. Questi soggetti, spesso animati da giovani del territorio in dialogo fra di loro e con gli ospiti stranieri che hanno scelto Guardia come nuova casa, stanno ridefinendo il concetto stesso di comunità.

Gli ospiti stranieri, in particolare, portano con sé uno sguardo esterno prezioso: vedono potenzialità dove i residenti storici vedono solo routine, immaginano connessioni dove altri vedono isolamento. La loro presenza non è folcloristica, ma generativa di nuove economie, nuove forme di socialità, nuovi modi di abitare gli spazi urbani. Dalle case-laboratorio ai progetti di rigenerazione urbana partecipata, dalle rassegne artistiche e culturali ai mercati contadini, si sta costruendo un modello alternativo di sviluppo territoriale. Queste realtà dimostrano che la vitalità di un territorio non si misura solo in termini demografici o economici tradizionali, ma nella capacità di generare cultura, creare reti, immaginare futuri possibili. Il loro lavoro di “resistenza culturale” ha saputo conciliare la valorizzazione della memoria storica con l’apertura al mondo, trasformando Guardia da periferia dimenticata in laboratorio di nuove pratiche comunitarie.

Questo rinnovato “Spirito di Guardia” è riuscito a conciliarsi con gli altri aspetti necessari al vivere quotidiano: il decoro cittadino (quanti luoghi pubblici e privati di Guardia oggi sono lasciati all’incuria del tempo e degli uomini); il civismo come valore comune; infrastrutture curate e soprattutto efficienti. A chi non illanguidiscono la bellezza del paesaggio, certi tramonti visti da una terrazza del centro storico, il profumo dei “giardini” di limoni e l’odore tiepido delle pietre delle case, o anche la sensualità che una sera d’estate una ballerina di pizzica sprigiona con la sua danza antica e sempre attuale, ma… tutto questo non è né sufficiente né tantomeno consolatorio se ogni giorno Guardia deve subire l’indifferenza degli amministratori pubblici rispetto alla gestione della cosa comune, lo smarrimento di fronte a uno spudorato degrado che imperversa in molte zone della comunità, o l’impotenza nel vedere andar via tanti giovani dalle menti brillanti e di grande volontà, perché la fuga dei giovani guardiesi dalla propria terra continua e pare non volersi arrestare, anche se nessuno ne vuol più parlare. E il fenomeno non riguarda solo i neolaureati, il cui curriculum di studi può avere molte difficoltà di aderenza con il contesto economico locale.

Tuttavia, accanto a questo fermento innovativo, persiste un tessuto sociale che guarda con sospetto, quando non con aperta ostilità, a ogni tentativo di cambiamento. Si tratta di quella parte della comunità che ha trovato nel tempo equilibri consolidati, piccoli privilegi, zone di comfort che l’attivismo delle idee minaccia di destabilizzare. Questo gruppo sociale, spesso trasversale alle generazioni ma radicato in logiche clientelari e in piccoli poteri locali, preferisce mantenere lo status quo non per conservatorismo ideologico, ma per calcolo politico. L’innovazione, infatti, comporta sempre una ridistribuzione delle opportunità, una rimessa in gioco delle gerarchie esistenti, una trasparenza che può risultare scomoda per chi ha costruito la propria influenza su meccanismi opachi. L’arrivo degli ospiti stranieri, ad esempio – è inutile nasconderlo -, non viene percepito come una risorsa, ma come una minaccia all’ordine costituito. La loro capacità di creare reti, di proporre progetti alternativi viene vista come una forma di concorrenza sleale rispetto ai tradizionali canali di gestione delle risorse pubbliche e private. Si crea così un paradosso tutto guardiese: da una parte, le energie più vitali del territorio lavorano per la rinascita e l’innovazione del proprio paese; dall’altra, una parte significativa della comunità ostacola questi processi per preservare equilibri di potere che, alla lunga, condannano il territorio al declino. Il risultato è un territorio che potrebbe rinascere, ma che spesso si trova paralizzato da logiche autodistruttive. Mentre le associazioni e i nuovi abitanti costruiscono ponti verso il futuro, una parte della comunità continua a smontarli, preferendo la gestione di una decadenza controllata al rischio di un cambiamento che potrebbe sfuggire di mano.

Guardia si trova oggi di fronte a una scelta cruciale: può continuare a essere ostaggio di questi equilibri paralizzanti, oppure può decidere di sostenere chi sta già lavorando per la sua rinascita. La vitalità dimostrata dalle associazioni e l’energia portata dai nuovi abitanti sono risorse preziose che andrebbero valorizzate, non ostacolate. La sfida non è più quella di inventare soluzioni: le soluzioni ci sono già, stanno germogliando dal basso. La sfida è quella di creare le condizioni perché queste energie possano esprimersi pienamente, senza dover continuamente combattere contro resistenze che, in ultima analisi, danneggiano tutti. Perché, come si diceva, sono i territori i padroni del loro destino. Ma solo se sanno scegliere di esserlo davvero, superando la tentazione di rifugiarsi in piccoli poteri che, alla fine, si rivelano grandi impotenze di fronte alle sfide del futuro.