“Meno talento hanno, più orgoglio, vanità e arroganza mostrano”, scriveva Erasmo da Rotterdam nel suo “Elogio della follia”. Parole che risuonano con particolare intensità quando osserviamo quello che sta accadendo nella nostra Guardia Sanframondi, dove lo schermo del telefono è diventato il nuovo specchio in cui riflettere la propria immagine pubblica.

Passeggiando per le strade del nostro paese, tra i vicoli che custodiscono secoli di storia – dalle antiche mura al castello che domina la valle telesina – è impossibile non notare come il rapporto con la realtà si sia profondamente modificato. Non c’è evento che non venga immediatamente documentato, condiviso, commentato sui social network.

Ma ciò che più colpisce è come l’amministrazione comunale di Guardia Sanframondi abbia completamente abbandonato i canali tradizionali di comunicazione per affidarsi esclusivamente a Facebook. Le comunicazioni urgenti ai cittadini si perdono nel mare di contenuti dell’algoritmo di Zuckerberg. Questa scelta rappresenta un cambiamento epocale per un paese che ha sempre fatto del confronto diretto i pilastri della propria vita democratica. I nostri amministratori ora misurano il proprio consenso esclusivamente in like e condivisioni. Ogni decisione viene anticipata sui social, ogni problema della cittadinanza si trasforma in un post che può diventare virale o sparire nell’indifferenza generale. Il paradosso è evidente: un’amministrazione che dovrebbe servire tutti i cittadini comunica solo attraverso una piattaforma social, escludendo de facto tutti coloro che non hanno un account Facebook o che non navigano abitualmente sul web. Gli anziani del nostro paese, ad esempio, custodi della memoria storica e spesso i più attenti osservatori della vita pubblica, si trovano tagliati fuori dalle comunicazioni ufficiali. Le famiglie senza dimestichezza con la tecnologia devono affidarsi ai propri figli o al passaparola per sapere quando sarà interrotta l’erogazione dell’acqua o quali strade saranno chiuse per lavori.

Ma dietro questa apparente modernizzazione si nasconde un paradosso inquietante. Come osservava ancora Erasmo, “la stoltezza trova sempre altri stolti disposti ad applaudirla”. I social network, con i loro algoritmi progettati per tenerci incollati allo schermo, creano delle bolle in cui vediamo riflesse solo le nostre opinioni. E questo meccanismo sta producendo i suoi effetti anche nella nostra comunità. Le discussioni sui gruppi Facebook locali spesso degenerano in litigi sterili, dove ognuno cerca di imporre la propria visione senza mai davvero ascoltare l’altro. Il confronto costruttivo, quello che per generazioni si è svolto nei bar del corso, nelle pizzerie, nelle piazze del paese o durante la passeggiata serale, si è trasformato in una ricerca ossessiva di consenso misurato in reaction e commenti. L’amministrazione comunale, scegliendo di comunicare solo su Facebook, ha involontariamente alimentato questo meccanismo. I cittadini si sentono autorizzati a commentare ogni post istituzionale come se fosse il messaggio di un amico, spesso con toni inappropriati e contenuti che nulla hanno a che fare con la questione amministrativa in oggetto. La pagina del Comune è diventata un ring virtuale dove si consumano vendette personali e si alimentano polemiche che poi si trascinano nella vita reale del paese. I giovani del nostro paese, cresciuti con lo smartphone in mano, hanno trasformato Instagram, TikTok e Facebook nella loro nuova agorà. Non si incontrano più al bar per scambiarsi le notizie del giorno: si informano attraverso le stories, dialogano nei commenti, costruiscono le proprie relazioni attraverso i like. È un cambiamento antropologico che tocca il cuore stesso del nostro vivere comunitario.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di rimpiangere nostalgicamente il passato. I social network possono essere strumenti preziosi per mantenere i contatti, per informarsi, per partecipare alla vita pubblica. Ma devono rimanere strumenti, non diventare l’unico canale di comunicazione istituzionale. Dobbiamo insegnare ai nostri giovani che il consenso vero si costruisce con i fatti, non con i like, e che la partecipazione civica non si esaurisce in un commento sotto un post. Dobbiamo riscoprire il valore del silenzio, dell’ascolto, del confronto diretto. La sfida – rivolgendoci prima di tutto all’amministrazione comunale di Guardia Sanframondi – è riuscire a rimanere la comunità che siamo sempre stati in un mondo sempre più digitale, a mantenere viva la nostra identità senza farci travolgere dal turbine della vanità virtuale. Perché, come ci ricorda ancora Erasmo, “molti preferiscono il rumore delle vuote adulazioni al peso scomodo della verità”.