I numeri dello spopolamento di Guardia Sanframondi sono l’atto d’accusa più spietato contro una classe politica che ha letteralmente venduto il futuro del proprio paese. Le strade deserte alle dieci di sera in piena estate, i cartelli “affittasi” che proliferano come metastasi, le saracinesche dei negozi avvolte in buste nere come sudari: questa non è solo la fotografia di un paese che muore, ma la prova schiacciante di un tradimento sistematico. Dietro questa agonia c’è una responsabilità politica inequivocabile, che affonda le radici in una classe dirigente che ha saccheggiato il territorio mentre fingevano di amministrarlo. Basta uno sguardo alle carriere politiche e ai patrimoni di chi ha gestito Guardia negli ultimi anni per assistere al più disgustoso degli spettacoli: una classe dirigente che ha costruito la propria ricchezza personale sulle macerie di una comunità agonizzante. Mentre il paese perdeva abitanti, servizi e dignità, i conti in banca di certi pseudo-politici lievitavano miracolosamente, insieme alle loro ambizioni di potere. Una vera e propria operazione di sciacallaggio politico condotta ai danni di chi li aveva eletti con fiducia.
Il dato più rivoltante è che nessuno di questi parassiti della politica locale ha mai mosso un dito per contrastare l’emorragia demografica. Non un piano, non una strategia, non un progetto degno di questo nome. Solo il vuoto assoluto di una classe dirigente che ha saputo trasformare l’amministrazione pubblica in un bancomat privato, lasciando alla comunità solo macerie e disperazione. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, ed è di una gravità inaudita: il Piano del Governo considera lo spopolamento di paesi come Guardia “irreversibile”, e le amministrazioni locali non solo accettano supinamente questo verdetto di morte, ma ne diventano complici attive. Non ti do servizi perché hai pochi abitanti, e siccome non hai servizi avrai sempre meno abitanti. Ma questo approccio genocida trova terreno fertile proprio nella complicità di amministratori locali che non hanno mai alzato un dito per opporsi a questa logica assassina. Mentre a Roma si decidono i destini dei piccoli centri del Mezzogiorno con la freddezza di chi firma condanne a morte, a Guardia chi dovrebbe battersi per il proprio territorio preferisce contare i propri privilegi. Il risultato è che oggi contiamo le luci accese nelle case la sera come si contano i superstiti di un naufragio, verifichiamo quanti caffè fa ancora un bar come si misura il battito di un moribondo, ci chiediamo se è rimasto almeno un medico come si cerca l’ultimo segno di vita. Questi sono i veri indicatori dello spopolamento, molto più eloquenti di qualsiasi statistica: sono i sintomi di un paese che sta morendo per incuria e tradimento.
Guardia Sanframondi come purtroppo tanti paesi del Sud non sta diventando un “luogo dell’assenza” per caso: è stata sistematicamente trasformata in un deserto da chi doveva proteggerla. Un paese fantasma dove le tradizioni sopravvivono solo nei ricordi degli anziani e le strade risuonano solo della tramontana che soffia tra le case abbandonate. Ma questa non è una tragedia naturale: è il risultato di un piano di demolizione sociale portato avanti da una classe dirigente che ha anteposto il proprio arricchimento personale alla sopravvivenza della comunità. La cui credibilità non è semplicemente “ai livelli più bassi di sempre”: è completamente azzerata, annientata, sepolta sotto il peso di anni e anni di tradimenti e menzogne. Come si può avere ancora fiducia in chi, per decenni, ha assistito con indifferenza criminale allo svuotamento del proprio paese? Come si può credere nelle promesse di chi ha costruito ville e carriere politiche mentre la comunità si disgregava sotto i suoi occhi? Oggi più che mai serve una mobilitazione permanente e radicale, ma non solo degli abitanti, dei giovani e delle associazioni. Serve una vera e propria insurrezione civile contro chi ha tradito questo paese. È necessario ribaltare non solo il modello di sviluppo, ma soprattutto cacciare via una classe dirigente che ha trasformato l’amministrazione della cosa pubblica in un sistema di saccheggio privato.
Ma prima di tutto occorre fare i conti con le responsabilità del passato. Non si può costruire il futuro di Guardia facendo finta che gli ultimi anni di rapina politica non siano mai esistiti. Chi ha amministrato questo paese deve rispondere del proprio operato, deve spiegare euro per euro come mai mentre Guardia agonizzava le loro fortune personali fiorivano. Deve rispondere di ogni servizio tagliato, di ogni giovane costretto a emigrare, di ogni famiglia che ha dovuto abbandonare il proprio paese perché reso invivibile dalla loro incuria criminale.
Il tempo delle scuse è finito, quello del finto dialogo anche. Guardia Sanframondi ha bisogno di una rivoluzione completa: spazzare via definitivamente una classe dirigente che ha trasformato il bene comune in bottino privato, che ha barattato il futuro del paese con i propri interessi personali. Serve una nuova generazione di amministratori che sappia lavorare seriamente sulla memoria, sulla fiducia, sulla speranza di questo territorio martoriato. Una classe dirigente che sappia creare mobilità, legami e relazioni nuove. Ma soprattutto una classe dirigente che metta le mani avanti e giuri pubblicamente di non voler fare della politica un mestiere per arricchirsi, che accetti controlli pubblici sui propri patrimoni, che firmi un patto di trasparenza totale con la comunità.
Solo così Guardia potrà rinascere dalle proprie ceneri. Solo così potrà riscattarsi da anni di saccheggio politico sistematico e di amministratori che hanno pensato più al proprio tornaconto che al destino della loro comunità. La sfida è aperta, ma stavolta non possiamo permetterci di perdere. Stavolta dobbiamo vincere, perché Guardia Sanframondi merita di più di essere ricordata come l’ennesimo paese italiano massacrato dall’avidità e dall’indifferenza di chi doveva proteggerla.