Si avvicina l’ora. Nel borgo benedetto di Guardia Sanframondi, tra le nebbie mattutine che salgono dal Calore e i miasmi che scendono dal Palazzo comunale, si prepara la Grande Messinscena. Non quella teatrale, badate bene – quella almeno serve a qualcosa – ma l’altra, la sacra, l’immarcescibile: quella delle anime politiche che ogni lustro si offrono in sacrificio sull’altare della democrazia paesana.

Il profumo è inconfondibile. Misto di incenso elettorale, sudore di comizio e l’aroma penetrante di chi sa che fra poco dovrà spiegare ai paesani perché la fontana del Popolo la sera somiglia sempre più al Colosseo dopo il passaggio dei Visigoti. Sono iniziati gli incontri galeotti, le cene riservate nelle masserie di campagna, i caffè sussurrati all’alba. Nessuno lascia trasparire niente, ma tutti sanno tutto. Si aggirano per il paese con l’aria di chi porta segreti di Stato, quando in realtà stanno solo decidendo chi metterà la faccia sulla prossima lista elettorale e chi si accontenterà di una delega alle manifestazioni paesane o alla locale squadra di calcio.

Ecco che dal Municipio scendono le divinità. Ieri erano intoccabili, oggi si aggirano per le vie del paese vestiti da San Giuseppe in cerca di una stalla elettorale. Il sindaco in carica – che fino a ieri benediceva dall’alto del suo scranno – ora spera nella riconferma e distribuisce sorrisi e strette di mano come se fosse San Gennaro che fa il miracolo ogni domenica al mercato. Gli assessori, ex semidei dell’amministrazione, si sono trasformati in angeli del focolare: li vedi fare la spesa al supermercato (cosa che prima facevano a Telese), sorridere ai bambini (che prima scacciavano dalla villa comunale), perfino accarezzare i cani randagi (che prima facevano catturare dalla ditta specializzata e li mandavano al fresco sul Taburno). È il grande carnevale della democrazia guardiese: chi ieri era Nerone oggi è San Francesco, chi comandava ora mendica, chi decideva ora promette. Una metamorfosi degna di Ovidio, se Ovidio avesse avuto l’occasione di assistere a una campagna elettorale a Guardia Sanframondi.

Ma il vero spettacolo è nel bar antistante il Municipio, trasformato in un’arena dove gladiatori in bermuda e spritz si sfidano a colpi di promesse. Qui vedete ex sindaci che vagano come spettri di sé stessi, ex assessori che elemosinano un posticino nella amministrazione che verrà, giovani leoni che oggi ruggiscono su Facebook e che fra sei/sette mesi il sistema li ingoierà senza masticare. È un banchetto dove tutti sanno già il menù, ma nessuno vuole leggerlo. Perché la verità è che a Guardia Sanframondi – come in ogni borgo che si rispetti – la politica non è una professione: è una malattia. Una febbre che colpisce ciclicamente, come l’influenza, e che trasforma agricoltori in statisti, pensionati in visionari, casalinghe in Giovanna d’Arco.

Al centro del labirinto politico guardiese, il Minotauro aspetta. Non è un mostro mitologico, no: è molto peggio. È il Tempo, che a Guardia divora tutto e tutti. Oggi ti esalta, domani ti sputa fuori. Oggi sei il salvatore della patria, domani sei quello che “aveva promesso ma non ha mantenuto”.

Il ciclo è immutabile come le stagioni: primavera delle promesse, estate dell’insediamento, autunno delle prime delusioni, inverno dell’oblio. E poi si ricomincia, per cinque lunghi anni, con gli stessi attori che recitano la stessa commedia, convinti di essere i primi a salire su quel palcoscenico.

E i cittadini? Ah, i cittadini! Assistono a questo spettacolo con la stessa partecipazione emotiva con cui si guarda una partita di calcio in televisione: tifo, imprecazioni, speranze e delusioni. Sanno che alla fine vincerà sempre la casa, ma continuano a giocare perché – diciamocelo – è l’unico divertimento gratuito che rimane. Alcuni, i più saggi, hanno smesso di credere. Non vanno nemmeno più a votare. Preferiscono restare a casa a guardare la replica di “Un posto al sole”, che almeno lì le trame sono credibili e i personaggi non cambiano casacca ogni stagione.

Tra sei/sette mesi, quando la festa sarà finita e i coriandoli elettorali spazzati via dal vento del Matese, rimarrà il solito: un sindaco che scoprirà che governare è più difficile che promettere, una giunta che imparerà che i soldi pubblici non si moltiplicano come i pani e i pesci, un’opposizione che urlerà “ve l’avevamo detto” anche se non aveva detto niente. E allora, cari guardiesi, godetevi lo spettacolo. Ridete, applaudite, sognate. Perché tra poco tornerà la quotidianità, con le sue buche nelle strade, l’acqua che manca, la luce che salta e internet che va e viene, i suoi uffici comunali che aprono quando vogliono, le sue promesse che si trasformano in “stiamo valutando la fattibilità”. Ma almeno, per qualche mese, avrete avuto l’illusione che qualcosa potesse cambiare in questo paese. E in fondo, cos’è la politica se non l’arte di vendere sogni a chi sa benissimo che sta comprando aria fritta?

La messinscena può iniziare. Che vinca il migliore. O almeno quello che promette meno.

P.S. Se questo pezzo vi è piaciuto, non dimenticatevi di votare alle prossime elezioni. Se non vi è piaciuto, votate lo stesso: almeno avrete il diritto di lamentarvi per i prossimi cinque anni.