Signore e signori, benvenuti al più longevo festival d’Italia: il Festival delle Chiacchiere di Guardia Sanframondi, giunto ormai alla sua venticinquesima edizione consecutiva. Un evento che non conosce pause estive, che non teme la concorrenza di altri spettacoli, che resiste stoicamente alle mode passeggere. Un festival dove i protagonisti cambiano, ma il copione rimane sempre lo stesso.
Quest’anno, come ogni anno da venticinque anni a questa parte, abbiamo assistito a performance memorabili. Da una parte, i maestri nell’arte della supercazzola amministrativa, capaci di trasformare un tombino otturato in un “progetto di riqualificazione urbana sostenibile”. Dall’altra, i virtuosi dell’opposizione che – da quando non ci sono più loro sul Comune – si sono specializzati nella finzione del lamento perpetuo, e riescono a scorgere l’apocalisse anche nell’installazione di una nuova panchina. Il bello di questo teatro è la sua prevedibilità: ogni attore conosce perfettamente il proprio ruolo e lo recita con dedizione encomiabile. Chi amministra la comunità dipinge quadretti bucolici di un paese che vive la sua età dell’oro, chi sta all’opposizione profetizza sciagure bibliche. Nel mezzo, i cittadini, ridotti a spettatori di un varietà surreale dove la realtà è optional. Ma il vero capolavoro di questo festival è assistere alla metamorfosi degli attori. Quando i ruoli si invertono – e qui a Guardia succede con la regolarità di un metronomo, ogni cinque anni – ecco che i cantori delle magnifiche sorti e progressive diventano profeti di sventura, mentre i Cassandra di ieri si trasformano in ottimisti visionari.
È un gioco di specchi affascinante: le stesse persone che ieri denunciavano il degrado assoluto, oggi celebrano i miracoli del progresso. E viceversa. Con una naturalezza che farebbe invidia ai migliori attori del metodo Stanislavskij, dove l’attore “vive” il personaggio anziché semplicemente interpretarlo.
Particolare menzione merita il linguaggio utilizzato in questo festival. Qui a Guardia abbiamo sviluppato un idioma tutto nostro, dove le parole perdono il loro significato originario per assumere valenze mistiche. “Trasparenza” diventa sinonimo di nebbia fitta, “partecipazione” significa monologo, “innovazione” equivale a fare le stesse cose di sempre con nomi diversi. È un esperanto della politica locale, comprensibile solo agli iniziati, dove ogni frase nasconde tre sottintesi e ogni promessa elettorale viene pronunciata con le dita incrociate dietro la schiena.
Il risultato di questo festival permanente è la creazione di una sorta di Paese dei Balocchi dove tutto è possibile, dove le leggi della fisica economica sono sospese, dove i problemi si affrontano e si risolvono con un post su Facebook.
I cittadini, nel frattempo, assistono a questo spettacolo con un misto di rassegnazione e incredulità.
A Guardia viviamo in un limbo temporale dove la campagna elettorale non finisce mai. Ogni giorno è buono – grazie all’avvento dei social – per lanciare una proposta rivoluzionaria, ogni settimana per annunciare un progetto epocale, ogni mese per promettere una svolta storica. Il tutto condito con la solita retorica del “per il bene del paese”, mentre il paese vero, quello delle persone reali con problemi reali, continua a guardare altrove. La formula vincente di questo festival è semplice: prendi una dose di arroganza, aggiungi un pizzico di demagogia, mescola con abbondante retorica vuota, condisci con promesse irrealizzabili e servi caldo sui social media. Il risultato è garantito: un piatto che sa di tutto e di niente, che riempie la pancia ma non nutre l’anima del paese.
Ma ecco che all’orizzonte si intravede una luce: le prossime elezioni amministrative. Un’occasione irripetibile per chiudere finalmente questo Festival delle Chiacchiere e aprire una stagione diversa, fatta di concretezza e competenza. È il momento di dire basta ai dilettanti allo sbaraglio, ai venditori di fumo, agli specialisti della supercazzola amministrativa. Guardia Sanframondi si trova a un bivio: continuare a essere spettatrice o tornare a essere protagonista del proprio futuro. La scelta è nelle mani dei cittadini, che hanno il potere di chiudere definitivamente questo teatrino surreale. È arrivato il momento di premiare la competenza, di valorizzare l’esperienza, Guardia merita amministratori che sappiano distinguere tra l’essere e l’apparire, tra il fare e il dire, tra il governare e il recitare. I cittadini hanno il diritto di pretendere amministratori che sappiano la differenza tra una delibera e un tweet, tra un bilancio e una promessa elettorale, tra governare e recitare. Hanno bisogno di chi conosce la macchina amministrativa alla perfezione, di chi sa distinguere tra ciò che è possibile e ciò che è pura propaganda elettorale. Hanno bisogno di amministratori che sappiano trasformare le promesse in realizzazioni, progetti in opere concrete, le parole in fatti. L’esperienza amministrativa non è un optional, è una necessità. Chi non ha mai amministrato non sa quanto costa ogni decisione, non conosce i vincoli normativi, non comprende la complessità dei rapporti con enti superiori. Non sa che amministrare significa svegliarsi ogni mattina con problemi concreti da risolvere, non con slogan da inventare.
Le prossime elezioni rappresentano l’occasione per voltare pagina, per chiudere l’era delle chiacchiere e aprire quella dei fatti. Scegliere chi ha già dimostrato di saper amministrare con risultati più che soddisfacenti, invece di continuare a scommettere su chi promette la luna senza essere mai riuscito a piantare nemmeno un chiodo, non può essere un tabù. È il momento di puntare sull’usato sicuro, di scegliere l’usato sicuro contro l’usato… scarso. Su chi ha già dimostrato di saper amministrare con i piedi per terra, producendo risultati tangibili anziché proclami roboanti. Non è nostalgia del passato, ma pragmatismo del presente. Quando la casa brucia, non chiami l’apprendista pompiere: chiami chi ha già spento incendi veri. Quando un paese ha bisogno di essere amministrato seriamente, non puoi affidarti a chi ha imparato la politica sui social media o nelle chiacchiere da bar. Solo così il sipario del Festival delle Chiacchiere può finalmente calare. Basta volerlo.