Passeggiare oggi per le strade del centro storico di Guardia Sanframondi significa attraversare secoli di storia stratificata, dove ogni pietra racconta la simbiosi perfetta tra cultura contadina e quella borghese che ha caratterizzato questo angolo di Sannio. Peccato che negli ultimi decenni, mentre la storia continuava a stratificarsi da sola, i nostri amministratori si sono dedicati con encomiabile costanza all’arte del non fare nulla. Un talento raro, che merita di essere riconosciuto.

Il borgo medievale, sviluppatosi intorno alla sua antica fortezza e racchiuso nelle mura che a tratti ne disegnano il profilo, rappresenta uno dei patrimoni più preziosi della nostra terra. Ma come molti centri storici italiani, soffre di un male antico: l’abbandono progressivo che ha svuotato le case e spento le voci di una comunità millenaria. Mentre la politica locale si perde in chiacchiere da bar e proclami elettorali: perfezionando negli ultimi cinque anni una retorica da campagna permanente che farebbe invidia ai migliori venditori di fumo.

Oggi Guardia Sanframondi presenta un volto inedito che dovrebbe far riflettere chi ha ancora un briciolo di lungimiranza. Dove un tempo risuonavano i dialetti locali, ora si sente parlare l’inglese. Le case abbandonate dagli abitanti emigrati verso le città trovano nuova vita grazie a cittadini dell’hinterland napoletano in cerca di tranquillità e a un folto gruppo di stranieri – americani, canadesi, scozzesi, ecc… – attratti dall’autenticità di un borgo che conserva intatta la sua anima storica. Questo fenomeno, lungi dall’essere un problema, potrebbe rappresentare la chiave di volta per una rinascita che sembrava impossibile. Se solo avessimo la saggezza di ascoltare anche chi ha scelto di investire qui la propria vita. Ma evidentemente è più facile ignorare chi porta idee fresche e capitali, preferendo il confortevole dialogo con gli specchi delle sagrestie politiche locali.

Il decadimento del nostro centro storico non è un fenomeno isolato né recente. Affonda le radici nel secondo dopoguerra, quando il boom economico ha svuotato i borghi in favore delle città industriali. La mancanza di servizi essenziali, le difficoltà di collegamento, il senso d’isolamento hanno fatto il resto, innescando un circolo vizioso di spopolamento e degrado che la miopia politica locale ha saputo solo accompagnare, mai contrastare. Negli ultimi cinque anni, poi, si è assistito a un’accelerazione impressionante: zero progetti di recupero, zero iniziative concrete, zero visione. Il motto sembra essere: “Perché risolvere oggi quello che si può rimandare all’infinito?”

Ma oggi abbiamo davanti a noi uno scenario diverso. La pandemia ha cambiato le priorità di molte persone, rivalutando la qualità della vita rispetto alla frenesia urbana. Qualcosa si è fatto, in tema di servizi e copertura digitale. Il lavoro a distanza ha reso possibile per alcuni persino vivere in luoghi prima considerati “periferici”. E proprio qui sta la nostra opportunità, ammesso che si riesca a superare l’inerzia di decenni: e soprattutto l’inerzia glaciale degli ultimi cinque anni, periodo in cui l’immobilismo della politica ha raggiunto vette artistiche degne di un museo delle cere.

La rinascita di Guardia Sanframondi e del suo centro storico non può prescindere dalla valorizzazione di ciò che già possediamo: un patrimonio architettonico unico, una tradizione enologica riconosciuta (le nostre cantine sono famose ben oltre i confini regionali), e ora anche una comunità internazionale che ha scelto di investire nel nostro territorio. Ma serve finalmente una strategia integrata che non si limiti alle solite quattro chiacchiere da campagna elettorale – specialità della casa negli ultimi lustri -, dove ogni problema viene risolto con un volantino sui banconi dei bar e ogni progetto esiste solo nella fantasia delle manifestazioni elettorali di piazza Castello.

L’heritage tourism proposto in questi giorni dagli ospiti stranieri è senza dubbio un’iniziativa interessante che merita di essere presa sul serio: restaurare volontariamente, creare itinerari che raccontino davvero la nostra storia, e nel contempo sviluppare un’accoglienza diffusa che trasformi le case storiche in opportunità ricettive autentiche, non in B&B improvvisati. Ma per fare questo bisognerebbe alzarsi dalla poltrona e sporcarsi le mani. Concetto evidentemente alieno a chi negli ultimi anni ha preferito la contemplazione dell’ombelico amministrativo.

Come qualcuno ha giustamente osservato, la bellezza di un territorio, o la storia di una comunità non diventano “turismo” da soli. In questo senso la presenza di cittadini stranieri non deve essere vista come una minaccia all’identità locale, ma come un’opportunità per creare un modello “glocale” innovativo. Questi nuovi residenti possono diventare ambasciatori del nostro territorio nel mondo, creare reti internazionali, portare competenze e investimenti. Ma serve la volontà di coinvolgerli davvero, non di subirli passivamente o, peggio, di ignorarli: come è accaduto sistematicamente negli ultimi anni, quando ogni proposta costruttiva è stata accolta con l’entusiasmo di un funerale. Sviluppare un polo di artigianato artistico permanente che valorizzi le tante maestranze locali attraverso botteghe-scuola aperte ai visitatori, dove si possano apprendere tecniche tradizionali di lavorazione della pietra, del ferro battuto, della ceramica, ecc… Immaginiamo, insomma, laboratori di artigianato tradizionale gestiti da maestri locali, eventi enogastronomici che valorizzino davvero i nostri prodotti senza trasformarli in folklore da baraccone, spazi di coworking dove nomadi digitali possano lavorare circondati dalla bellezza delle nostre architetture storiche. Infine, creare un vero centro studi permanente sulla cultura materiale di Guardia, con un chiaro riferimento ai Riti settennali di penitenza, con biblioteca specializzata e archivio fotografico, che diventi punto di riferimento per ricercatori e appassionati.

Certo per realizzare tutto ciò c’è bisogno di programmazione, di risorse, di persone. C’è bisogno soprattutto di strutture ricettive adeguate, bar, ristoranti… Serve, insomma, quello che manca da decenni: la capacità di trasformare le parole in fatti. Perché se dovessimo vivere di sole promesse elettorali, Guardia sarebbe già la capitale mondiale del turismo.

Perciò, immaginiamo, per una volta, di pensare in grande. Anche se sappiamo che per i nostri amministratori “pensare in grande” significa già riuscire a pensare oltre la prossima scadenza elettorale. Il rilancio del centro storico non può essere delegato solo alle istituzioni, che finora hanno dimostrato più capacità di ostacolare che di facilitare: e negli ultimi cinque anni hanno perfezionato l’arte dell’ostruzionismo burocratico elevandola a forma d’arte. Serve il coinvolgimento di tutta la comunità: residenti storici, nuovi abitanti, imprenditori, associazioni. Serve una visione condivisa che sappia coniugare conservazione e innovazione, tradizione e modernità, senza la retorica vuota che ha caratterizzato troppi discorsi del passato, e che negli ultimi anni è diventata l’unica produzione locale davvero abbondante.

Le risorse ci sono: il territorio dispone di innumerevoli potenzialità, grandi aziende, autorevoli politici sul territorio, l’interesse crescente per il turismo esperienziale, forse persino i fondi europei per la rigenerazione urbana e gli incentivi per il recupero del patrimonio edilizio. Manca solo la capacità di fare sistema, di superare le beghe di campanile, di trasformare le singole iniziative in un progetto organico e ambizioso. Manca, soprattutto, il coraggio di dire basta al dilettantismo e di affidarsi a chi sa davvero cosa fare. Negli ultimi cinque anni abbiamo invece assistito al trionfo del dilettantismo elevato a sistema: una competizione continua per vedere chi riesce a fare meno con le risorse disponibili.

Come abbiamo già detto, Guardia Sanframondi ha tutte le carte in regola per diventare un modello di rinascita. La sua posizione strategica nel territorio telesino, la ricchezza del patrimonio storico-architettonico, la tradizione enologica, la presenza di una comunità internazionale già insediata sono asset preziosi su cui costruire. Quello che serve ora è il coraggio di una visione ambiziosa e la capacità di tradurla in azioni concrete, smettendo di crogiolarsi nel vittimismo provinciale: e soprattutto smettendo di confondere l’attività politica con l’attività da circolo ricreativo.

Il futuro del nostro centro storico non è scritto nel declino, ma può essere riscritto dalla nostra capacità di innovare rispettando la memoria, di aprirsi al mondo restando fedeli alle nostre radici, di scegliere finalmente la competenza al posto della politica da sagrestia. Dopo cinque anni di sperimentazione dell’incompetenza elevata a sistema, forse è ora di provare qualcosa di diverso. Magari la competenza, giusto per cambiare.

La storia di Guardia Sanframondi è ancora tutta da scrivere. E spetta a noi decidere se sarà una storia di rinascita o l’ennesimo caso di occasione perduta per miopia e provincialismo. Il tempo delle chiacchiere è finito. Anzi, per la verità è finito da molti anni.