(Dove l’interesse pubblico è un fastidioso intoppo burocratico e quello privato una vocazione)

A Guardia – nome che potete sostituire con qualsiasi altro paesino dove il sindaco conosce per nome tutti i 4.500 abitanti e soprattutto i loro conti in banca – abbiamo finalmente risolto il problema della politica. Non è più un servizio alla collettività, che francamente era un concetto troppo complicato e poco redditizio. Ora è un’impresa di famiglia. Una startup innovativa nel settore “Faccio-quello-che-voglio-con-i-soldi-pubblici”.

Il business model è geniale nella sua semplicità: se sei un amministratore con competenze tecniche – imprenditore edile o stradale, geometra, ingegnere, o anche solo cugino di secondo grado di qualcuno che conta – puoi tranquillamente occuparti di appalti nel tuo settore. Anzi, devi farlo. Sarebbe uno spreco di expertise! Chi meglio di te può decidere su questioni che ti riguardano direttamente? Persino spostare il tracciato di una strada per farla passare davanti all’agriturismo di tuo cognato o decidere che proprio dove tua zia aveva quel terreno agricolo serve urgentemente una zona edificabile. È tutto perfettamente legale, basta chiamarlo “visione strategica del territorio”.

E i cittadini? Ah, quelli. Beh, partecipano eccome alla vita democratica! Fanno almeno tre commenti indignati su Facebook (“Vergogna!!! Con tre punti esclamativi), condividono il post del neo comitato “Cittadini Arrabbiati di Guardia” (che ha 47 membri, di cui 12 sono profili fake), e poi vanno a fare la spesa. La democrazia partecipata da queste parti ha la stessa frequenza delle eclissi solari. E la stessa durata. Le uniche assemblee affollate restano quelle che terminano con il buffet.

Ora, tecnicamente esisterebbero delle leggi – roba antiquata, lo sappiamo – che prevedono l’astensione nelle votazioni di giunta dove hai interessi personali. Ma qui l’astensione è considerata quasi un tradimento. Un vero politico non si astiene, orienta. Non si tira indietro, guida il processo decisionale. È come chiedere a un oste se il suo vino è buono: chi meglio di lui può giudicare?

E i controlli? Le istituzioni preposte? La Prefettura, l’ANAC, la Corte dei Conti? Presenti, ma un po’ come il parroco a una festa laica: cortesi, ma fuori contesto. I segretari comunali, invece, sembrano adottare il motto della nonna: “Meglio non mettere zizzania”. L’accesso agli atti, pur essendo un diritto garantito, richiede una conoscenza delle procedure che non tutti possiedono. L’ufficio protocollo poi le archivia con la stessa cura con cui si buttano gli scontrini della spesa. Il risultato è un’amministrazione che più che trasparente è traslucida: lascia filtrare giusto quella luce sufficiente per non inciampare, ma tutto il resto rimane convenientemente nell’ombra.

Una cosa a Guardia è matematicamente certa: le decisioni non si prendono mai per il bene collettivo. Si prendono per il bene. Punto. E di solito è quello di tre o quattro famiglie che si spartiscono il territorio come fossero i Borgia del ventunesimo secolo. E se ti azzardi a sollevare dubbi? Congratulazioni, sei ufficialmente diventato un “rosicone cronico”, un “nemico di Guardia”, uno che “non capisce la politica del fare”. E infatti fanno. Fanno, disfano, rifanno. Ma sempre con le stesse mani, nello stesso giro, con la stessa faccia tosta. Il bello – anzi, il capolavoro – è che alla fine ci si abitua tutti. I cittadini sviluppano una rassegnazione zen, smettono di fare domande scomode, iniziano a pensare che “tanto è sempre andata così, figuriamoci se cambia adesso”. È come la sindrome di Stoccolma, ma applicata alla democrazia locale. Ed è proprio qui che il gioco diventa perfetto.

E quindi eccoci qui, a goderci lo spettacolo quotidiano di questo magnifico sistema applicato alla cosa pubblica guardiese. A chiederci – con un sorriso che sa di bicarbonato – se a Guardia abbiamo davvero un Comune o solo la succursale locale di “Affari&Famiglia S.r.l.”.

E mentre continuano a risponderci soltanto su Facebook con post pieni di parole magiche come “trasparenza totale”, “meritocrazia”, “legalità cristallina” – probabilmente scritti dallo stesso che ieri ha votato l’appalto per asfaltare la strada che porta davanti al suo portone di casa – a noi non resta che aspettare le prossime elezioni. È qui che si decide se Guardia sarà un paese di diritto o di privilegi, se l’istituzione Comune servirà davvero l’interesse generale o continuerà a essere il terreno di gioco di interessi privati mascherati da competenza tecnica.