C’era una volta un sindaco. Un uomo del popolo, lontano dai partiti (???), vicino alla gente, che nel settembre del 2020 prometteva di portare “competenza, presenza, unità” al Comune di Guardia Sanframondi. Un linguaggio semplice, diretto, quasi pastorale. Un manifesto per una politica nuova, del cambiamento, disintossicata dai vecchi vizi. E invece, a cinque anni di distanza, i cittadini si guardano intorno e si chiedono: è cambiato qualcosa? O abbiamo semplicemente cambiato i nomi sulle porte degli uffici comunali? A voler essere spietatamente onesti — e oggi è tempo di esserlo — il bilancio dell’amministrazione Di Lonardo rischia di essere ricordato più per i comunicati stampa di fine anno e i selfie da annoiato in fascia tricolore che per una reale incidenza sulle sorti del territorio.

Ma andiamo con ordine, perché anche nei piccoli comuni i numeri contano. E questi, purtroppo, non raccontano una fiaba. Il treno del Pnrr è passato… senza passeggeri. I progetti ottenuti sono 5, per un totale di 199mila euro. Una cifra che, divisa tra i 4.472 abitanti del comune, fa circa 44 euro a testa. Giusto il prezzo di una bottiglia di vino prodotta dalle cantine della zona, ma non certo il carburante per rilanciare un’intera comunità. In un’epoca in cui i fondi europei piovevano su tutto ciò che respirava, Guardia si è presentata al banchetto europeo con il bicchiere mezzo vuoto. O, forse, dimenticando proprio il bicchiere. Mentre altri comuni della Valle Telesina rastrellavano risorse per scuole, viabilità, digitalizzazione e turismo, a Guardia si è preferito restare prudenti. Troppo prudenti. Un campo sportivo, un po’ d’asfalto… Come quegli studenti che, pur potendo copiare durante l’esame, decidono di consegnare il compito in bianco per non rischiare.

La narrazione e il circo (quello vero, quello di Guardia, non la metafora). L’opposizione, collusa, debole e intermittente, ha avuto il merito (se così vogliamo chiamarlo) di svegliarsi solo una volta all’anno. Il gruppo “Guardia sei tu”, infatti, si è ricordato solo in questo periodo che fare opposizione significa, ogni tanto, alzare la voce. E ha chiesto le dimissioni del sindaco definendo l’intera esperienza amministrativa un “circo permanente”. Più che un’accusa, una constatazione anche della loro più che decennale esperienza. E in fondo, che male c’è? Un po’ di spettacolo lo si è visto da quasi quarant’anni, anche se purtroppo a mancare erano gli acrobati dello sviluppo e i domatori dei problemi.

Nel frattempo, la “società civile”, stanca di raccontarsi favole, ha cominciato a sollevare domande scomode: dov’è lo sviluppo turistico? Dov’è la valorizzazione del centro storico? Dov’è finita la visione strategica promessa cinque anni fa? La risposta, spesso, è arrivata sotto forma di post su Facebook o durante l’inaugurazione dell’ennesima panchina.

Tuttavia, va detto, qualcosa è stato fatto. L’arteria principale è stata asfaltata (addirittura tre volte in un anno: ma sì, abbondiamo), qualche rattoppo qua e là, qualche piccola opera, qualche mattonella sconnessa, qualche evento culturale (solitamente presentazione di libri di forestieri, in attesa di Antonio della Portella). Ma il tutto si è mosso con l’energia di un anziano in infradito sotto il sole d’agosto. Nessuna strategia d’insieme, nessuna verticalità progettuale, nessuna ambizione dichiarata. Come se l’intero mandato fosse stato un eterno tappare buchi, senza mai pensare a cambiare davvero le fondamenta.

Eppure, il paese ha carte da giocare: i vini rinomati, il centro storico che grida bellezza, i Riti settennali che attirano (inutilmente) fedeli da ogni dove, la posizione strategica nella Valle Telesina. E invece, la sensazione prevalente è stata quella di un’amministrazione che ha saputo solo gestire, mai davvero guidare. Certo, le attenuanti esistono, ma non salvano. La pandemia, l’inflazione, i debiti ereditati. Ma dire che questi elementi giustificano tutto è come sostenere che un cuoco non ha colpa se la pasta è scotta. Amministrare non è un esercizio di lamenti, ma di soluzioni. E qui, le soluzioni non si sono viste. O meglio: non si sono viste proprio.

Oggi Guardia Sanframondi è un paese al bivio, con lo specchietto retrovisore rotto. Una comunità chiamata a decidere. Il mandato Di Lonardo volge al termine e resta il retrogusto amaro di un’occasione mancata. Il prossimo sindaco – chiunque egli o ella sia – dovrà raccogliere un’eredità pesante: poca progettualità strutturata, tanta sfiducia, un capitale umano e territoriale ancora tutto da valorizzare. La verità è che, se è vero che cinque anni sono pochi per cambiare il mondo, sono anche abbastanza per far capire dove si vuole andare. E il dubbio – legittimo, profondo, impopolare ma reale – è che questa amministrazione non abbia mai davvero saputo dove volesse portare il paese. Il bilancio? Modesto. Non per cattiveria, ma per semplice adesione ai fatti. E il fatto è che a Guardia le promesse sono rimaste promesse, le potenzialità inespresse, e la comunità… più divisa di prima. Raffaele Di Lonardo, il sindaco della “svolta”, ha forse girato il volante. Ma la macchina, purtroppo, è rimasta parcheggiata nei pressi del Municipio.

Ora tra qualche mese la palla passa ai cittadini. Toccherà a loro decidere se accontentarsi della gestione ordinaria o chiedere, una buona volta, un progetto vero di futuro.