È tempo di alzare i calici. È tempo di celebrare un altro straordinario successo della nostra comunità. Oggi si è conclusa con grande partecipazione la “Passeggiata tra i Vigneti”: un evento che ha saputo catalizzare l’attenzione di decine di persone, tra cui molti under 50 (un record assoluto!). I social network traboccano di foto patinate: like, commenti entusiastici di pseudo-politici, amministratori (o presunti tali: di ieri e forse di domani) sorrisi plastificati, paesaggi filtrati. Tutto perfetto, tutto Instagram-compatibile. Peccato che domattina, spenti i riflettori e archiviati i filtri, il paese tornerà a essere quello che era prima: un museo a cielo aperto dove l’unica cosa che cresce davvero è l’erba tra le case diroccate e la nostalgia per un futuro che non arriverà mai.

Ma non fraintendeteci. Non stiamo criticando la passeggiata in sé. Anzi, è stata un’operazione di marketing territoriale di prim’ordine. E lo diciamo senza alcuna ironia. Onore alla Pro Loco e alle associazioni. Hanno saputo trasformare una camminata di qualche ora in un evento “imperdibile”, capace di far sentire tutti protagonisti di chissà quale rinascita. Geniale, davvero.

Quello che sta accadendo a Guardia Sanframondi – ma potremmo dire di San Lorenzo Maggiore, di Pietraroja, di Faicchio, di qualsiasi centro del nostro magnifico entroterra – è un fenomeno sociologico tanto affascinante quanto devastante: la trasformazione di una comunità in un parco tematico di sé stessa. Non più un luogo dove si vive, ma un luogo dove si “recita di vivere” per qualche ora, rigorosamente sotto l’occhio vigile degli smartphone.

A Guardia il calendario è ricchissimo, un capolavoro di programmazione dell’illusione: Vinalia ad agosto, Puliamo il Mondo a settembre, Bici in Città a maggio, Presepe Vivente a dicembre. In mezzo, ovviamente, almeno due o tre passeggiate tematiche (quella tra i vigneti, quella per il centro storico e – suggeriamo noi – quella “della memoria”, visto che la memoria vera l’abbiamo smarrita da tempo). Il tutto condito da convegni sulla “valorizzazione del patrimonio” che si tengono rigorosamente nel castello semivuoto, dove gli stessi quattro relatori di sempre si complimentano a vicenda per la profondità delle loro analisi del nulla.

È l’arte sottile dell’autoconvinzione. Il meccanismo è perfetto nella sua perversa semplicità: ogni evento diventa la prova provata che “qualcosa si muove”. Che il movimento sia principalmente quello dei bicchieri di spumante (rigorosamente Quid della locale cantina, ci mancherebbe altro) durante l’aperitivo di chiusura, poco importa. L’importante è creare l’illusione di una vitalità che giustifichi l’immobilismo di tutto il resto.

Le amministrazioni che si sono succedute – Di Lonardo come Panza, Falato come Ciarleglio – hanno tutte scoperto la stessa formula magica: invece di affrontare i problemi, li si circonda di eventi. Mancano i servizi? Organizziamo un convegno sui servizi. I giovani emigrano? Facciamo un premio per i guardiesi nel mondo (meglio se con foto ricordo). Il centro storico si svuota? Illuminiamolo per Natale. È come mettere un grosso cero su una bara: l’effetto scenico è garantito.

Ma la vera genialità perversa del sistema sta nella sua capacità di rendere tutti complici consapevoli. I cittadini si sentono parte di qualcosa di importante partecipando alla pulizia del paese (che dovrebbe essere ordinaria amministrazione), gli amministratori si sentono visionari patrocinando (gratis) eventi (che dovrebbero essere il contorno, non l’intero pasto), i partecipanti si sentono cultori del bello partecipando a una passeggiata (che dovrebbe essere il pretesto per scoprire una comunità viva, non un’operazione di cosmesi territoriale).

È l’arte raffinata della rassegnazione consapevole: convincere tutti che “almeno si fa qualcosa” sia già un trionfo. Che mantenere in vita la parvenza di una comunità equivalga a costruirne davvero una. Che il panem et circenses sia non solo un’alternativa accettabile al futuro, ma addirittura preferibile.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia davvero guardare: un paese che si risveglia dal letargo solo per organizzare il proprio spettacolo di morte apparente, una comunità che celebra ossessivamente sé stessa per quello che è stata anziché progettare quello che potrebbe diventare. E tutti dormono sonni tranquilli, cullati dalla convinzione tossica che partecipare alla passeggiata bucolica equivalga a partecipare alla vita democratica.

Guardia Sanframondi ha tutto quello che serve per essere qualcosa di più di una location per aperitivi stagionali: storia millenaria, bellezza mozzafiato, posizione strategica. Le manca solo una cosa, ma è quella decisiva: il coraggio di smettere di recitare la commedia dell’apparenza e iniziare a scrivere il dramma del cambiamento vero. Ma forse è pretendere l’impossibile. Forse è più rassicurante continuare a passeggiare tra i vigneti, immortalando tramonti posticci e sorridendo agli smartphone, fingendo che tutto questo spettacolo basti a riempire il vuoto.

Dopotutto, che fatica immane sarebbe immaginare un futuro diverso per questo paese? Meglio il prossimo evento. Meglio la prossima passeggiata. Meglio la prossima, consolante illusione.

Il sipario può continuare a rimanere alzato. Lo spettacolo deve continuare. Anche se non c’è più nessuno in platea.

Saluti e baci,

Il vostro affezionato scribacchino dell’ovvio