A Guardia Sanframondi il vero problema non è oggi. È ieri, l’altro ieri, e tutti i giorni degli ultimi quarant’anni almeno. È un problema che ha la forma di una sedia: quella del potere, sempre occupata – guarda caso – dalle solite famiglie. Una decina. Non cento, non mille. Dieci. Un’oligarchia familiare che da decenni si passa il telecomando del comune come se fosse un’eredità, tramandata insieme ai mobili buoni e alla batteria da cucina.
Il gioco è vecchio, ma funziona a meraviglia: cambiano le facce (a volte), cambiano i partiti (mai sul serio), ma i cognomi no, quelli restano. Centro, destra, sinistra, lista civica? Poco importa. A Guardia la vera coalizione è quella del Dna.
Qui, “merito” è una parola esotica, probabilmente straniera, che non ha trovato traduzione nel dialetto locale. E se qualcuno prova a portarla nel dibattito pubblico, viene subito guardato con sospetto, come se fosse un alieno atterrato durante la festa di san Filippo. Perché non serve avere idee: serve avere parenti, amici e amici degli amici. E possibilmente qualcuno che già ci sia passato prima di te, così ti spiega anche dove si tiene la chiave dell’ufficio.
Il sistema è oliato alla perfezione: tu aspetta il tuo turno, fai silenzio, non disturbare il manovratore. Prima o poi, ti toccherà un posticino anche a te. Magari non il sindaco, ma un incarico ben retribuito, ma una bella consulenza, un appalto, una sedia in qualche ente inutile beneventano. Il paradiso della poltrona è assicurato: se hai il cognome giusto.
Gli altri? I tifosi. Quelli che magari hanno studiato, che hanno visione, energia, idee? Quei poveri illusi che ancora pensano che la politica a Guardia sia un servizio? Fuori. Emarginati. Zittiti. “Non sei del giro”, “non sei dei nostri”. La porta si chiude e resta aperta solo per chi ha ricevuto il lasciapassare genetico.
Il risultato è davanti agli occhi di tutti: un paese che potrebbe essere un gioiello del Sannio, con storia, cultura, tradizioni uniche, lasciato a marcire nella mediocrità. Fondi regionali, nazionali, europei persi, progetti rimasti nei cassetti, giovani in fuga. Ma non preoccupatevi: le cene nei ristorantini chic del territorio continuano, e le solite famiglie hanno sempre un brindisi da fare… con soldi pubblici, ovviamente.
A Guardia Sanframondi, si voterà tra qualche mese. Ma le elezioni sono diventate una formalità. Un giro di valzer dove si cambia il vestito, ma la musica è sempre quella. I cittadini pensano di votare, ma in realtà firmano un rinnovo di contratto non retribuito. Perché il Comune non si conquista, si eredita.
E allora la domanda è: vogliamo davvero continuare a essere sudditi di un feudalesimo 2.0 travestito da democrazia? O vogliamo finalmente tornare ad essere cittadini?
Guardia non è proprietà privata di nessuno. È la casa di tutti. Ma per riaprirla davvero serve coraggio: il coraggio di dire basta, di spezzare il meccanismo del “uno di noi”, di restituire il potere alla competenza e non al cognome.
Perché sì, quarant’anni bastano. Anche le dinastie, prima o poi, cadono. E chissà, magari la prossima amministrazione potrà finalmente essere scelta per quel che sa fare, non per chi conosce.