Un tempo a Guardia Sanframondi si discuteva sotto i portici, al bar o davanti a una birra o un bicchiere di vino. Bastava un “cumpà, hai sentito?” per dare inizio a dibattiti infiniti sull’amministrazione, i lavori pubblici o la riuscita della festa patronale. Oggi, invece, tutto si consuma tra un post su Facebook, una story su Instagram e qualche screenshot su WhatsApp: rigorosamente inoltrato “più volte”.

La piazza, quella vera, è sempre lì, inseguendo la frescura davanti al bar. Ma oggi la vera agorà è fatta di notifiche, like e commenti velenosi. In pratica, persino la politica locale è diventata un thread di Facebook, e l’opinione pubblica si misura in like o in faccine sorridenti arrabbiate.

Benvenuti a Guardia. Benvenuti nel reality show della politica locale. Oggi ogni scelta dell’amministrazione – che sia una buca coperta male, la mancanza dell’acqua potabile, la sospensione dell’energia elettrica, o un evento organizzato all’ultimo minuto – diventa subito una puntata della nuova serie: “Guardia Sanframondi: cronache di un Comune sotto assedio social”. Commentatori improvvisati, esperti da tastiera e opinionisti seriali danno il meglio di sé. Alcuni sembrano aver frequentato la Harvard dell’urbanistica nei commenti sotto il post del Comune.

Nel frattempo, si moltiplicano i paladini della verità, armati di selfie con l’asfalto rotto e post indignati a orari improbabili. E poi ci sono gli egolatri digitali, la nuova nobiltà locale: quelli che non possono bere un caffè senza farci sapere che lo stanno facendo “con riflessioni profonde sulla politica locale”. Il tutto, ovviamente, con foto della tazzina.

Osservo tutto questo da una posizione particolare: uso i social solo per cercare notizie, o metter il link di qualche articolo che pubblico altrove, non per commentare o rispondere. E da questa prospettiva, lo spettacolo è ancora più surreale. Vedo giovani (e meno giovani) che si precipitano a fare selfie con ogni politico di passaggio, come se fossero influencer o star del cinema. L’assessora non può inaugurare nemmeno una panchina senza trovarsi circondata da smartphone puntati. Su Facebook, a Guardia, la foto con l’assessora diventa più importante dell’assessorato stesso.

Il concetto di trasparenza democratica si è trasformato in esposizione permanente. Ogni riflessione che riguarda la comunità diventa materia di analisi filologica. E ogni silenzio è una colpa.

Per il sindaco (!!!) poi, il lavoro è raddoppiato: prima doveva rispondere a un cittadino arrabbiato al bar. Ora deve sopravvivere a una pioggia di whatsapp e messaggi privati tipo: “Scusa se ti disturbo, ma ho scritto già cinque post sull’acqua che manca e non mi avete risposto”. E in più deve fare da comparsa nelle foto di chiunque lo incontri a un matrimonio.

A Guardia abbiamo il dono di convivere con la tradizione. I Riti Settennali, che ci emozionano da secoli, oggi vengono trasmessi in diretta Facebook con tanto di reaction live: cuori, mani che pregano e “WOW” a profusione al passaggio del “Mistero” sulla Passione. E poi i Penitenti, una volta si faceva penitenza in silenzio, oggi si fa in 4K con sottofondo musicale e slow motion. La verità è che viviamo in un ibrido tra fede e algoritmo, identità e hashtag.

Il vero rischio di questo circo digitale è che tutto si riduca a una gara di visibilità. La politica diventa una sfida a chi urla di più nei commenti. I post sono armi, i like medaglie, e l’approfondimento? Roba vecchia. Chi ha tempo di leggere un documento quando si può commentare “Vergogna!” in caps lock? E soprattutto, chi ha tempo di ragionare quando c’è da fare la foto con l’onorevole locale per dimostrare di essere “dentro” la politica?

Serve recuperare un po’ di vecchia, sana discussione faccia a faccia, magari anche con qualche urlo, ma almeno guardandosi negli occhi. E magari senza emoji. E senza la necessità di immortalare ogni incontro.

La responsabilità è di tutti. Ogni click, ogni condivisione, ogni commento contribuisce a costruire il clima sociale del nostro paese. E sì, anche quando si condivide una fake news per “farsi due risate”, si sta partecipando. Male, ma si partecipa. Anche quando si posta il selfie con il politico solo per far vedere che si è “informati” e “partecipativi”.

La democrazia digitale può essere un’opportunità, ma solo se la usiamo con un po’ di sale in zucca. Altrimenti ci ritroveremo anche a Guardia – come già accade da almeno tre lustri – con un paese amministrato dagli algoritmi, dai post sponsorizzati e da chi ha più follower, non da chi ha più idee.

In conclusione: Guardia ha sempre saputo adattarsi. Ma ora serve più che mai spirito critico, ironia e memoria storica. Perché un post su Facebook non è un programma politico. Perché un selfie con il deputato non è partecipazione politica. E perché la piazza, anche quella digitale, va abitata con rispetto, e non solo con l’IPhone in mano.

Alla fine, che sia una chiacchiera davanti al bancone di Geppino o una diretta su Facebook, conta come la usiamo. La sfida non è restare al passo coi tempi, ma non perderci per strada il buon senso.