Come definire Guardia nel passaggio di consegne del 2026? Un paese sospeso. Sospeso come un corpo nel vuoto, come un giudizio mai pronunciato, come un lavoro lasciato a metà. Non è il caffè sospeso di Napoli, dono anonimo e gentile, ma un debito che pende sulle nostre teste.
Sospesi come il Sud dimenticato, domiciliati in una lista d’attesa che non scorre mai. Agricoltura, economia, sanità territoriale, istituzioni: tutto in bilico sul ciglio del burrone. E che dire delle opere pubbliche? Anche quelle sospese, naturalmente. Sospese come tutti i lavori che dovevano iniziare “a breve” cinque anni fa, sospesi come i cantieri fantasma che esistono solo nelle delibere comunali, sospesi come quelle opere promesse che restano nel limbo delle “prossime priorità”.
I finanziamenti? Ah, quelli sono stati approvati! Ecco la grande vittoria dell’amministrazione Di Lonardo: l’arte sublime dell’intercettazione burocratica. Milioni di euro conquistati con la stessa facilità con cui si vince una guerra su un videogioco. Peccato che tra l’approvazione e la realizzazione ci sia quella piccola, insignificante fase chiamata “fare le cose”. Ma perché preoccuparsi? I fondi sono al sicuro nelle casse dello Stato, in attesa di essere… beh, sempre in attesa.
E il PNRR! Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’occasione del secolo, l’opportunità storica che non si ripeterà mai più. Guardia ha intercettato qualche spicciolo con la precisione di un cecchino: progetti approvati, cronoprogrammi redatti, scadenze fissate. Tutto perfetto sulla carta, tutto sospeso nella realtà. I soldi del Recovery Fund sono diventati il “Recovery Forse”, in un virtuosismo procedurale che farebbe invidia a Kafka. Le deadline europee scorrono come sabbia nella clessidra, mentre noi restiamo qui a contemplare le nostre capacità progettuali, sospesi tra l’entusiasmo per i fondi ottenuti e l’angoscia per i cantieri che non partono.
Un’amministrazione che campa alla giornata, ma che eccelle nelle slides durante i convegni sul castello sui progetti futuri. Un’opposizione completamente assente, ferma alla sindrome della vigilia eterna: gli stessi volti da oltre trent’anni che si alternano tra maggioranza e opposizione con la naturalezza di chi cambia poltrona nello stesso ufficio. Troppo occupata a calcolare se sia più conveniente criticare i ritardi dell’amministrazione Di Lonardo o prendersi il merito delle progettazioni inventate da loro.
E un voto sospeso, come un conto ancora da saldare, mentre i cittadini aspettano che qualcuno trasformi i rendering in realtà.
Cinque anni di amministrazione Di Lonardo, eppure sembra che il tempo si sia fermato. Il paese vive in una condizione di sospensione, quasi fosse rimasto intrappolato in un eterno “nel frattempo”, senza direzione né svolta. Nel frattempo che i progetti si trasformino in opere, nel frattempo che i finanziamenti diventino investimenti, nel frattempo che cresca l’erbetta nel campo sportivo, nel frattempo che il PNRR smetta di essere un acronimo per diventare un marciapiedi rifatto.
Un paese sospeso a divinis. Sospeso è il sindaco Di Lonardo che in questi anni ha vissuto il suo ruolo come un project manager dell’immaginario, specializzato nell’arte del “stiamo lavorando”. Sospeso non solo formalmente ma anche esistenzialmente, come se non avesse mai realmente esercitato il potere, ritirato dalla realtà pur mantenendone l’apparenza e soprattutto gli scarni comunicati sui “grandi risultati ottenuti”.
Sospesi gli assessori (per mancanza di prove), stretti in una morsa di ambiguità e contraddizioni, esperti nel presentare cronoprogrammi che slittano con la regolarità di un orologio svizzero. Vivono in sospensione tra il sostegno a un sindaco che detestano e l’attesa di tornare protagonisti, tra la fedeltà ai progetti approvati e la consapevolezza che forse, forse, sarebbe il caso di iniziare a realizzarli.
Un clima di stallo e sfiducia che contagia anche l’opposizione, ferma in attesa di capire se Di Lonardo si ricandida o Floriano – per i tifosi, figura ancora centrale nei giochi politici locali – abbia davvero intenzione di ricandidarsi o se preferisca restare nell’ombra a commentare i ritardi altrui. Un’opposizione che, del resto, è composta dagli stessi protagonisti di sempre: trent’anni di politica locale in cui le stesse facce si sono alternate tra maggioranza e opposizione, creando un sistema autoreferenziale dove il vero cambiamento è impossibile perché mancano gli attori per realizzarlo.
Intorno a questo scenario, sospeso è pure il protagonismo biforcuto dei soliti noti, i soliti volti, dentro e fuori la pseudo-politica paesana: quelli che ogni mattina bivaccano davanti al bar, spostandosi da Geppino al bar di fronte – inseguendo l’ombra – si muovono – o meglio, restano fermi – gli eterni candidati, riciclati ad ogni tornata da oltre trent’anni, veterani di un teatrino politico locale dove hanno interpretato tutti i ruoli possibili. Pronti a cambiare casacca secondo convenienza. Mossi più dal calcolo che dalla convinzione, più dalla nostalgia del potere che dalla voglia di rinnovamento.
Sospesi perfino i giovani, l’incognita più drammatica di Guardia, una generazione che appare priva di prospettiva, senza motivazioni, sempre più disillusa, o troppo illusa. Cresciuti tra le promesse e la realtà, rischiano di svanire prima ancora di diventare protagonisti, in un ciclo che si ripete con l’inerzia di un destino già scritto… su una pratica burocratica in attesa di approvazione.
Così, tra ambizioni represse, candidature evanescenti e promesse disattese – ma chissà, forse, finanziate! – il paese resta fermo. E in questo tempo sospeso, ciò che manca non è solo la guida di oggi, ma — soprattutto — la visione di un domani che non sia solo un piano di fattibilità.
Eppure, proprio questa lunga immobilità potrebbe essere il punto di ripartenza. Il bisogno di una leadership – competente, non compromessa, e magari capace di trasformare i progetti in realtà – è sempre più evidente. Serve il coraggio di rompere gli equilibri logori, di alzare la voce, di pretendere per il 2026 un’amministrazione che non si limiti a intercettare i fondi ma che abbia anche la bizzarra idea di spenderli. Serve una comunità che non si rassegni alla paralisi e che torni a immaginare il futuro come qualcosa che si costruisce davvero, non che si progetta in eterno.
La sospensione non può durare per sempre. Prima o poi qualcuno dovrà premere “play”.