(ovvero il vuoto della politica e la ricerca di una nuova strada)

Questo non è uno sfogo, né una lamentela. È un tentativo sincero di raccontare cosa significa oggi vivere a Guardia, con le sue fatiche, le sue disillusioni, ma anche con la consapevolezza che un cambiamento è ancora possibile. Non si tratta solo di denunciare ciò che non va, ma di aprire uno spazio di riflessione condivisa. Perché prima ancora delle soluzioni, abbiamo bisogno di riconoscerci: nelle ferite, nelle domande, nella volontà di ripartire. Questo è un invito a guardarci negli occhi e a ripensare insieme il senso della nostra comunità.

Guardia Sanframondi, tra palco e realtà non è solo un titolo del blog: è un racconto che si scrive da sé, giorno dopo giorno, tra le pieghe di una comunità che osserva, tace, a volte mormora, raramente si espone. Ma è anche un libro, un libro che (forse) vedrà la luce dopo l’estate, ma che è già stato letto — o meglio, vissuto — da chi abita queste strade, respira questi silenzi, subisce queste assenze.

Cinque anni di amministrazione Di Lonardo e venti delle amministrazioni precedenti ci consegnano non solo un bilancio, ma un epitaffio: il rapporto tra cittadini e istituzione è ormai un simulacro, un involucro vuoto. La fiducia, che dovrebbe essere il collante tra amministrati e amministratori, si è sgretolata sotto il peso di promesse disattese, di gesti mancati, di parole rimaste tali.

Non servono strumenti raffinati o analisi complesse per cogliere questo scollamento. Basta ascoltare le voci di chi, da tempo, ha smesso di credere, di partecipare, perfino di indignarsi. Perché la vera sconfitta non è la protesta, ma l’indifferenza.

E allora, tra il palco — quello dei convegni per pochi intimi, delle dichiarazioni, delle foto di rito — e la realtà — quella dei problemi irrisolti, delle fratture sociali, del malcontento sordo — resta un divario che nessun proclama potrà più colmare.

Cinque anni di amministrazione Di Lonardo più venti ci consegnano un bilancio inequivocabile: il rapporto tra cittadini e istituzione locale si è irreversibilmente compromesso. Non servono sofisticate analisi sociopolitiche per decifrare questa realtà. I fatti parlano da soli: nel quinquennio che si avvia a conclusione il senso di comunità, quella passione civica che dovrebbe animare una comunità come Guardia, si è dissolto. E i cittadini, anche quando non ne hanno piena consapevolezza razionale, lo avvertono con chiarezza cristallina. La percezione diffusa è che la compagine del cambiamento del 2020 non abbia mai prodotto cambiamenti tangibili, e che continuerà in questo ultimo scampolo di amministrazione a essere inefficace a meno che non si verifichi una rottura radicale con i metodi attuali.

L’ultimo quinquennio – si racconta nel libro -, caratterizzato da mediocrità e confusione, ha visto promesse elettorali trasformarsi in vuota retorica amministrativa una volta conquistato il Comune. Questo distacco però non rappresenta un fenomeno improvviso o casuale. Era ampiamente prevedibile. È il precipitato di decenni di gestione clientelare, di amministrazioni che hanno progressivamente perso ogni collegamento organico con le esigenze reali dei cittadini guardiesi. Quando i cittadini percepiscono che le decisioni vengono adottate in stanze chiuse, senza consultazioni significative, quando comprendono che la loro voce è considerata un disturbo piuttosto che una risorsa, si genera inevitabilmente quella alienazione politica che oggi caratterizza il tessuto sociale guardiese.

Il problema trascende la figura dell’attuale sindaco e chi oggi lo accompagna investendo un sistema amministrativo cristallizzato su logiche autoreferenziali consolidate nel tempo. Un sistema dove le dinamiche di potere locale seguono percorsi prestabiliti, dove spesso prevalgono le fedeltà personali sui programmi politici, dove la trasparenza rimane uno slogan vuoto ripetuto nei periodi elettorali ma sistematicamente disatteso nella pratica quotidiana.

L’opacità informativa costituisce un elemento strutturale di questo degrado democratico. Per i cittadini non è semplice avere accesso alle informazioni sui processi decisionali reali, sulle priorità effettive dell’amministrazione, sui criteri di allocazione delle risorse pubbliche. Questa sistematica sottrazione di trasparenza alimenta sospetti legittimi e contribuisce ad allargare il fossato tra governanti e governati, creando un circolo vizioso di sfiducia reciproca. Sfiducia che si manifesta anche attraverso il progressivo deterioramento dei servizi essenziali. Il presidio sanitario territoriale è stato di fatto da anni smantellato nel silenzio dell’istituzione Comune, costringendo i cittadini a estenuanti pellegrinaggi sanitari per le cure più elementari. La sede distaccata del Tribunale, la scuola, ecc. Queste non sono solo una questione tecnico-amministrativa: è il simbolo di una politica che ha abbandonato la sua funzione primaria di tutela del benessere collettivo.

L’emorragia giovanile rappresenta forse il fallimento più drammatico della nostra classe dirigente (non solo locale, sia chiaro, ma dell’intero meridione d’Italia). I giovani laureati, formati spesso con sacrifici familiari considerevoli, non trovano nel territorio opportunità professionali adeguate alle loro competenze e sono sistematicamente spinti verso altri lidi. Questo non è solo un problema demografico: è l’indicatore più spietato che anche la nostra comunità non riesce più a trattenere e valorizzare le proprie energie migliori.

Le infrastrutture urbane raccontano la stessa storia di abbandono. Ogni elemento del paesaggio urbano testimonia una gestione che ha rinunciato a ogni ambizione di miglioramento qualitativo della vita cittadina di Guardia Sanframondi.

Ma esiste un aspetto ancora più preoccupante di questa crisi, che viene affrontato nel libro: la dissoluzione dell’identità collettiva guardiese. Guardia Sanframondi, con la sua storia millenaria stratificata in ogni pietra del centro storico, con la sua tradizione sedimentata attraverso i secoli e radicata nei cicli settennali e religiosi, sembra aver smarrito completamente la consapevolezza del proprio valore intrinseco. La memoria storica, invece di costituire una risorsa identitaria, è diventata un peso nostalgico che impedisce di immaginare futuri alternativi. Questa perdita di autostima collettiva si riflette anche nell’incapacità di valorizzare economicamente il proprio patrimonio culturale e paesaggistico. Mentre altri centri storici del Sannio e della Campania hanno saputo trasformare la propria eredità storica in occasioni di sviluppo turistico ed economico, Guardia continua a sprecare potenzialità evidenti per mancanza di visione strategica e capacità progettuale.

Parallelamente al declino della gestione pubblica, si è sviluppata una galassia di soggetti che simulano attività politica e sociale senza mai riuscire a incidere realmente sui problemi strutturali. Dibattiti confinati ai social network, consigli comunali sempre più deserti, iniziative che mobilitano invariabilmente le stesse persone senza mai allargare la base partecipativa. Associazioni culturali, post su Facebook, prese di posizione che inseguono il consenso immediato, eventi che si esauriscono nell’autocompiacimento organizzativo: sono sempre gli stessi meccanismi, le stesse formule che si rivelano sistematicamente inefficaci nel produrre cambiamenti concreti. La consapevolezza della loro inefficacia è diffusa, eppure si continua a replicarle per inerzia, per abitudine, per incapacità di immaginare strategie alternative. Si è creata un’autocelebrazione sterile che non riesce mai a uscire dai propri confini autoreferenziali, che non intercetta la vita reale delle persone comuni.

Il paradosso è che le iniziative non mancano: esposizioni artistiche, mostre, convegni su temi di attualità, presentazioni di libri, eventi culturali, manifestazioni commemorative. Ma si tratta quasi sempre di attività che coinvolgono i soliti protagonisti, che si confrontano tra loro in una sorta di dialogo interno che non riesce mai a coinvolgere fasce più ampie della popolazione. Le associazioni locali, la stessa Pro-loco, i nuovi movimenti di ospiti stranieri, pur animate da intenzioni genuine, finiscono solo per replicare schemi consolidati e prevedibili. Manca sistematicamente il coraggio di affrontare i nodi strutturali della crisi locale, di proporre soluzioni concrete e praticabili ai problemi quotidiani che affliggono i cittadini guardiesi. Si preferisce rimanere nel terreno più sicuro della cultura “alta”, evitando accuratamente di sporcarsi le mani con le questioni amministrative e politiche concrete.

Un capitolo specifico merita l’analisi della comunicazione politica locale, che ha raggiunto livelli di autoreferenzialità e genericità sconcertanti. Tra proclami social, note stampa che non comunicano nulla di concreto e dichiarazioni costruite più per compiacere chi li ha votati che per informare realmente i cittadini, si è consolidato un linguaggio politico completamente scollegato dalla realtà quotidiana delle persone. Il cittadino non riesce più a decifrare cosa vogliano dire concretamente i suoi rappresentanti, quali siano le priorità reali dell’azione amministrativa, quali i progetti specifici in corso di realizzazione. Si parla, ad esempio – e solo sui social -, genericamente di infrastrutture, di sviluppo turistico senza mai specificare attraverso quali strumenti operativi, di rilancio economico senza mai indicare le risorse disponibili e le strategie concrete, di coinvolgimento giovanile senza mai creare opportunità professionali effettive. Questa comunicazione vuota ha contribuito significativamente ad allargare la distanza tra rappresentanti e rappresentati, trasformando la politica locale in un esercizio retorico fine a sé stesso.

In tutto questo, seppur ancora in ambito ristretto, già si profilano all’orizzonte le consuete proposte per la prossima scadenza elettorale. Seguiranno inevitabilmente le rituali riunioni ristrette, preparatorie, nei ristoranti locali, gli appelli su Facebook, i manifesti programmatici, i tavoli di confronto tematico. Ma per arrivare dove, esattamente? Per replicare ancora una volta gli stessi protagonisti, le stesse dinamiche relazionali e gli stessi metodi operativi che si sono rivelati sistematicamente fallimentari?

Possibile che nessuno metta in evidenza che il problema di fondo non consiste nel trovare volti nuovi o nel ricomporre diversamente gli stessi gruppi sociali. Il nodo centrale è che tutti i soggetti che si muovono nell’ambito della politica locale – dalle formazioni pseudo-politiche all’associazionismo culturale, dall’imprenditoria locale ai professionisti – sembrano strutturalmente incapaci di pensare oltre gli schemi cognitivi e operativi consolidati. Si continua ostinatamente a parlare di una politica che, di fatto, non esiste più in forma vitale e significativa. Si insiste nel cercare soluzioni all’interno di un paradigma che ha già dimostrato nel corso dei decenni la propria inadeguatezza strutturale.

E puntualmente ritorna la trappola del ricambio generazionale. Particolarmente insidiosa è la retorica del “ricambio generazionale” che periodicamente – ogni cinque anni – riaffiora nel dibattito locale. Come se il problema fosse semplicemente anagrafico, come se bastasse sostituire facce sessantenni con facce quarantenni per risolvere problemi che hanno radici sistemiche profonde. Questa illusione del ricambio biologico come panacea impedisce di affrontare la questione centrale: la necessità di un cambiamento paradigmatico che investa metodi, obiettivi, linguaggi e strumenti operativi della politica locale.

I giovani che oggi si avvicinano alla pseudo-politica guardiese, se non maturano una consapevolezza critica radicale rispetto ai modelli ereditati, rischiano di replicare gli stessi errori con energie fresche ma con la stessa inadeguatezza concettuale. Non capiscono che è giunto il momento non di ricercare il selfie con il politico nazionale ma di elaborare il lutto definitivo della formula politica che da quarant’anni gestisce Guardia. Non si tratta di una semplice riorganizzazione tattica degli stessi elementi: è necessaria una rifondazione strategica. Serve un approccio che superi i confini angusti della politica convenzionale dei soliti noti, che sappia attingere a dimensioni più profonde e autentiche dell’esperienza umana e comunitaria che pure ci sono. Un’energia innovativa che ha già dimostrato negli anni in silenzio di possedere intuizioni creative capaci di rompere definitivamente gli schemi consolidati. Esistono progetti di rigenerazione urbana nati dal basso, dall’iniziativa creativa di giovani guardiesi che hanno scelto di non emigrare e di investire le proprie competenze nel territorio di origine. Che hanno saputo valorizzare l’agricoltura e il patrimonio enologico locale senza snaturarlo. Come volano di sviluppo economico territorializzato. Questi esempi dimostrano che a Guardia alternative concrete e praticabili esistono, ma richiedono una classe dirigente capace di visione strategica e di coraggio innovativo.

Guardia ha urgente bisogno di una guida capace di immaginare concretamente il territorio tra vent’anni: come sarà strutturato demograficamente, chi ci vivrà stabilmente, di cosa vivranno economicamente i suoi abitanti, quale ruolo potrà svolgere nel contesto regionale e nazionale. Qualcuno che sappia costruire e comunicare una narrazione alternativa del futuro guardiese, che sappia restituire orgoglio e speranza a chi ha scelto di rimanere nonostante tutto. Non serve un politico nel senso tradizionale del termine: serve un autentico visionario territoriale. Una figura capace di coordinare competenze diverse – economiche, culturali, sociali, ambientali, tecnologiche – in una strategia di sviluppo integrata e sostenibile. Qualcuno che sappia praticare l’ascolto attivo, che sia capace di tradurre operativamente i bisogni espressi dalla cittadinanza, che riesca a coinvolgere tutte le energie disponibili senza escludere nessuno – come si è fatto sinora – per pregiudizi ideologici o personali. Una riflessione particolare merita il ruolo che può svolgere in questo processo di rifondazione comunitaria chi ha già dimostrato anni fa, nei fatti, di saperlo fare e gestire. Guardia possiede un centro storico definito da più parti bellissimo, i Riti Settennali, un piccolo patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico di straordinario valore che potrebbe costituire la base per progetti di sviluppo economico culturalmente sostenibili. Ma per trasformare questo potenziale in risorsa concreta – come raccontiamo nel libro – serve una capacità progettuale che sappia integrare tutela del patrimonio, innovazione tecnologica, creazione di opportunità lavorative qualificate e attrazione di flussi turistici selezionati. Servono progetti che sappiano coniugare la memoria storica con l’innovazione contemporanea, che trasformino il centro storico in un laboratorio di sperimentazione culturale e sociale, che facciano di Guardia un punto di riferimento per chi cerca alternative ai modelli di sviluppo puramente quantitativi.

È chiaro che questa trasformazione non può essere delegata a una leadership individuale, per quanto carismatica e competente. Richiede che ogni cittadino si assuma la propria quota di responsabilità attiva nel processo di cambiamento. Non è più possibile continuare a delegare sistematicamente, a lamentarsi passivamente, ad aspettare che qualcun altro risolva magicamente problemi che richiedono il contributo di tutti. Ogni cittadino guardiese deve diventare protagonista consapevole della trasformazione necessaria. Questo significa partecipare, informarsi approfonditamente sui problemi comunitari, proporre soluzioni concrete e praticabili, mettersi personalmente a disposizione per progetti collettivi. Significa abbandonare definitivamente la logica dell’interesse individuale immediato e iniziare a ragionare sistematicamente in termini di bene comune di lungo periodo. Solo attraverso una mobilitazione civica diffusa e consapevole sarà possibile rimettere in moto dinamiche virtuose che restituiscano ai cittadini la voglia di partecipare attivamente alla vita della propria comunità. Ma questa mobilitazione deve essere qualitativamente diversa dalle forme di partecipazione sperimentate finora. Deve basarsi sulla disponibilità al confronto costruttivo anche con posizioni diverse dalle proprie. Deve avere il coraggio di affrontare anche questioni controverse e di prendere decisioni difficili quando necessario per il bene comune di lungo termine.

In conclusione: la diagnosi è ormai chiara e speriamo condivisa. Chi ha gestito questo territorio negli ultimi decenni ha sistematicamente tradito ogni aspettativa di cambiamento e di miglioramento. È arrivato il momento di una scelta collettiva decisiva: continuare a subire passivamente il declino oppure assumere collettivamente la responsabilità di una trasformazione radicale. Questa trasformazione richiederà sacrifici, comporterà conflitti, imporrà scelte difficili. Ma rappresenta l’unica alternativa al lento spegnimento di una comunità che ha ancora tutte le risorse per costruire un futuro diverso e migliore. La questione non è più se il cambiamento sia necessario – questo è evidente a tutti. La questione è se avremo il coraggio e la determinazione per realizzarlo concretamente. Il tempo delle analisi e delle lamentazioni è definitivamente scaduto. È iniziato il tempo delle scelte operative e della responsabilità collettiva.

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