A Guardia il tempo, almeno in politica, sembra essersi fermato. Non per mancanza di problemi o perché tutto funzioni alla perfezione. Al contrario: è un fermo biologico, diremmo quasi fossile, dove le persone cambiano ruolo ma non lasciano mai veramente la scena.
In consiglio comunale, tra maggioranza e opposizione, girano da oltre trent’anni sempre gli stessi nomi. La gestione della cosa pubblica si è trasformata in una staffetta tra Floriano Panza, Carlo Falato, Raffaele Di Lonardo, Nicola Ciarleglio, Orso Lino, Gabriele Sebastianelli, Filippo Pigna, Giovanni Ceniccola, Angela Garofano… Alcuni sono stati sindaci, poi consiglieri, poi assessori, poi di nuovo all’opposizione… e via così, in un eterno ritorno dell’uguale.
Chi oggi finge di fare opposizione è spesso lo stesso che ieri amministrava. E chi oggi governa, si ritroverà domani — forse — seduto sul lato opposto del tavolo, in un teatrino che ha poco a che fare con il pluralismo e molto con il consociativismo. È una politica fatta di accordi taciti, di ruoli assegnati, di opposizioni che non contestano e di maggioranze che non temono di essere contestate. Il risultato? Un sistema chiuso, autoreferenziale, impermeabile al cambiamento.
Il punto non è solo anagrafico, è democratico. Dove non c’è ricambio, non c’è controllo. Dove non c’è controllo, non c’è stimolo a migliorare. Dove tutto resta fermo, alla fine si marcisce. E intanto, i cittadini assistono impotenti, disillusi, a una partecipazione che è solo di facciata. Non esiste trasparenza, non si fanno assemblee pubbliche, non si raccolgono proposte, non si costruiscono alternative. Chi prova a proporre qualcosa di nuovo si scontra con un muro: il sistema respinge ciò che non controlla.
Il danno è profondo e doppio: da un lato si svuota di significato la politica — che dovrebbe essere visione, responsabilità, impegno civile — e dall’altro si uccide la speranza. Si soffoca il futuro di questo paese. Perché se chi si candiderà domani sa che non potrà mai entrare in gioco senza il benestare dei soliti noti, è naturale che si ritiri. E così si alimentano l’apatia, l’astensionismo, il silenzio.
Serve dirlo chiaramente: non è normale che per oltre trent’anni la vita politica di un paese sia in mano alle stesse cinque o sei persone. Non è sano. Non è democratico. Non è giusto. E non è più tollerabile.
Guardia ha bisogno di una scossa. Di nuovi volti, nuove idee, nuova energia. Di maggioranze e opposizioni vere, che non siano solo una variazione di facciata del potere esistente. Servono persone che non abbiano nulla da perdere, se non il silenzio. Che non abbiano nulla da difendere, se non il bene comune.
È ora che qualcuno dica basta. È ora che i cittadini di Guardia — soprattutto i più giovani, ma anche gruppi di stranieri, associazioni… — si riprendano lo spazio che spetta loro. Perché la politica a Guardia non è proprietà privata. È bene pubblico. E come tale va difesa, riaperta, restituita alla comunità.