C’era una volta Guardia. Potrebbe sembrare l’inizio di una favola, ma è il principio di una consapevolezza. Guardia non è solo un paese: è un mondo. Un mondo che è esistito, ha vissuto, ha parlato, pianto, lavorato, e ora si sta ritirando nell’ombra. Un mondo che ha bisogno di essere ricordato, raccontato, e, in un certo senso, salvato. Non perché sia migliore di quello attuale, ma perché è nostro. Perché senza la memoria di Guardia, perdiamo anche la memoria di una parte di noi stessi.
Oggi assistiamo, spesso in silenzio, al dissolversi lento di un’intera civiltà. La civiltà contadina, con le sue case vive e rumorose, con le sue famiglie numerose, con le sue piazzette animate da voci e gesti, dalle processioni e dai funerali, dai riti lenti del tempo. Guardia era un paese fatto di relazioni vere, concrete, fisiche: ci si chiamava dai balconi, dalle finestre, si bussava senza preavviso, ci si incontrava per strada e si restava a parlare per ore. Il tempo era un fluire umano, non un conto alla rovescia verso l’efficienza.
Oggi, invece, le case del centro storico sono chiuse. I portoni sprangati, le finestre spente. I bambini non giocano più per quelle stradine, gli anziani non siedono più sulle sedie fuori l’uscio. Guardia sta scomparendo. E con essa rischia di sparire anche un’intera dimensione dell’esistere: quella che dava valore alla lentezza, al contatto, alla prossimità. Quella in cui la parola “vicinato” era sinonimo di famiglia allargata.
Ma ciò che scompare fisicamente non deve per forza dissolversi anche nella memoria. Anzi, la memoria è l’ultimo luogo possibile dove custodire un’identità collettiva. Ecco perché nasce l’urgenza di ricordare. Non con nostalgia sterile, non con rimpianto fine a sé stesso, ma con amore retroattivo. L’amore che si prova solo dopo, quando ci si è allontanati, quando si è cresciuti, quando ci si rende conto di quanto fosse prezioso ciò che si aveva sotto gli occhi.
La distanza, come scrive Sciascia, dà dolci cadenze alla noia di ieri. E il paese che volevamo lasciare diventa quello che ci manca, che vorremmo ritrovare. Pavese, poi, lo dice con chiarezza: un paese ci vuole, fosse anche solo per il gusto di andarsene via. Ma quel paese resta, dentro di noi. Nelle piante, nelle pietre, nei volti che non ci sono più ma che riaffiorano nei sogni, nelle vecchie fotografie, negli oggetti che odorano ancora di casa.
Guardia ha bisogno oggi di un’operazione di salvataggio culturale e affettivo. Di una ricognizione nella memoria dei suoi abitanti. Delle voci dei vecchi, delle immagini dei bambini che giocavano a piedi scalzi, dei racconti delle processioni, dei matrimoni che duravano giorni. Non per fare folklore, ma per costruire memoria viva. Quella che ci rende capaci di riconoscere, oggi, ciò che domani potremmo perdere.
Perché non c’era solo povertà in quel tempo. C’era umanità. C’era una connessione verticale tra le generazioni, che oggi si è spezzata. C’era il contatto, il respiro condiviso, il toccarsi e parlarsi sul serio. C’era il mondo multisensoriale della vita vera: l’odore del pane fatto in casa, il sapore dei pomodori colti nell’orto, il rumore delle sedie spostate per fare spazio a una visita inaspettata.
Guardia era il luogo dove il tempo passava insieme agli altri, non da soli. E forse oggi, in questo presente telematico, virtuale, iperconnesso ma intimamente isolato, ci manca proprio questo: la vita “gratis”, che vuol dire “per grazia”. La vita offerta, donata, condivisa. Il senso di appartenenza a un luogo che non è solo un punto sulla mappa, ma un nodo di legami affettivi, di esperienze, di volti.
E allora ricordare è un dovere. Non per coltivare il rimpianto, ma per onorare ciò che siamo stati. Perché non c’è futuro senza memoria. Perché ogni paese ha diritto alla sua storia. E ogni abitante ha diritto a essere ricordato, anche se non ha fatto la Storia con la “S” maiuscola. Anche se ha solo vissuto.
Nessuna voglia di tornare indietro, in quel mondo c’era pure miseria, durezza, asprezza, disagi e vera povertà; comunque non sarebbe possibile e noi non saremmo più capaci di viverci. Però lasciateci il gusto dolceamaro di ricordarcene, con un velo innocuo di nostalgia.
Questo progetto – qualunque forma prenderà, se un libro o qualcos’altro – vuole essere una casa comune della memoria di noi guardiesi. Un archivio dei volti, dei gesti, delle parole. Un modo per dire che Guardia non è sparita del tutto, se qualcuno continua a parlarne, a scriverne, a cercarne le tracce.
Foto archivio Vincenzo Di Crosta