Ci sono vari modi per suicidarsi: il cappio, il balcone, il ponte, la clinica svizzera, i barbiturici, le vene tagliate nella vasca da bagno, il topicida… Tutti tragici, ma rispettabili. Il meno onorevole è consegnarsi volontariamente ai carnefici pensando o raccontando che così si migliora. Eppure è la strada che, secondo indiscrezioni, pare abbiano scelto a Guardia per le prossime amministrative. Vomma, spifferi, voci non ufficiali, ma abbastanza rilevanti da suscitare una riflessione pubblica. Intendiamoci: il carnefice non è soltanto colui che viene indicato, che anzi s’accolla una bella gatta da pelare, ma la cittadinanza che, con le sue scelte o la sua passività, alimenta un sistema dannoso. I carnefici, quindi, sono i cittadini di Guardia che si ritroverebbero chi ha rovinato questa comunità con l’insano gesto.
Sempre secondo indiscrezioni, la figura politica ben nota di cui si parla per la carica di Primo Cittadino – Floriano Panza – sarebbe intenzionata a riproporsi sulla scena guardiese. Non si tratta, chiaramente, di un volto nuovo né di un salvatore in grado di risolvere, con un gesto risolutivo, le difficoltà strutturali che affliggono il paese da tempo. Il suo profilo è ormai ben conosciuto, sia dal punto di vista personale che per ciò che rappresenta all’interno di un contesto politico e sociale segnato da sfiducia, incoerenza e opportunismo diffuso. La notizia di un suo possibile ritorno ha suscitato reazioni contrastanti: da un lato, vi è chi accoglie l’eventualità con entusiasmo, riponendo in lui le speranze di un rilancio istituzionale fondato sulla competenza e sull’efficienza. Dall’altro, molti osservatori evidenziano come tali aspettative rischino di rivelarsi eccessive o mal riposte, soprattutto considerando il bilancio delle esperienze passate e lo stato attuale del dibattito politico. In un clima generale di rassegnazione verso l’inerzia politica e la debolezza dell’amministrazione in scadenza, l’ipotesi di continuità può apparire, per alcuni, come l’opzione meno incerta. Ma resta forte il dubbio che il ritorno di una figura già sperimentata sia davvero in grado di produrre il cambiamento atteso da una parte dell’opinione pubblica. Chi oggi, infatti, è intenzionato a riproporsi non è sicuramente il drago sceso dal cielo che guarisce, con un colpo di coda e di spugna, le patologie di un paese sul viale del tramonto. Non dovrebbe più meravigliare, dunque, il degrado civile e politico a cui assistiamo. Ma ciò che davvero sorprende – e preoccupa – è l’indifferenza dei più giovani. Di coloro che almeno la storia recente, se non quella più lontana, dovrebbero conoscerla. Coloro che potrebbero fare la differenza. E invece si rifugiano nei soliti ritornelli: “Sono sempre gli stessi”, “la politica è un fallimento”. Frasi fatte, usate come scudo per non agire. Un alibi perfetto per restare fermi. Eppure dovrebbero sapere – dovremmo tutti sapere – che questa comunità è ostaggio, da trent’anni, di una classe dirigente irresponsabile. Gente che ha fatto dell’invidia sociale un’arte, incapace non solo di costruire, ma perfino di tollerare i successi altrui. Hanno sfasciato più di quanto abbiano creato. E quel poco che è stato costruito, spesso lo si deve alla tenacia di singoli cittadini, non certo alla politica.
Per questi motivi siamo vicini con le preghiere a chi oggi, alla sola indiscrezione del suo ritorno, con le orecchie tese e la speranza appena stirata, pronto a rinnovare il contratto a tempo determinato con l’illusione, già si è inumidito la lingua vaticinando la Palingenesi del Competente, la Rivoluzione di Quello Bravo. Nel frattempo, tra una voce di corridoio e un Quid al bancone del bar, si riorganizzano i fedelissimi, si rispolverano i ricordi migliori (pochi e selezionati), e si torna a parlare come se nulla fosse successo, come se il tempo si fosse preso una pausa, come se il passato non avesse mai avuto una data. E in fondo, forse è proprio così. Qui, a Guardia, non c’è storia, c’è solo calendario: si gira pagina, ma sempre nello stesso blocco notes. Eppure ci sono cose che, per diritto e per dovere, dovremmo conoscere meglio di chiunque altro. Noi guardiesi dovremmo avere memoria di ciò che è stato, consapevolezza di ciò che siamo, e visione di ciò che potremmo essere. E invece no: siamo un popolo che dimentica tutto e non impara mai nulla.
Ecco la verità, quella che nessuno ama troppo guardare: che ci vuole più coraggio a governare male e solo per i propri interessi che a governare bene nell’interesse di tutti, perché almeno il bene, ogni tanto, capita per caso. Il male, invece, è organizzato. E noi, spettatori guardiesi di lungo corso, ormai abbiamo imparato ad applaudire anche la disorganizzazione, purché sia ben confezionata, purché arrivi con una firma riconoscibile, magari quella di “quello bravo”.