Se oggi dici Guardia a cosa pensi? Dici Comune e cosa ti viene in mente? Contabilità, solo contabilità. Dare soldi, avere soldi. Pagare debiti, avere crediti. Vedi due o tre figure che un tempo si sarebbero chiamati amministratori, che in un padiglione asettico e ovattato, fuori della vita reale, stanno lì a tirare sul prezzo. La loro unione, come la divisione, è sempre sui soldi. Tutto si misura in numeri, bilanci, tagli e lungaggini. Con loro ci sono dirigenti, impiegati, micro-macro-dirigenti, burocrati. Dici buche, marciapiedi, erbacce, piccoli disagi che diventano simboli enormi dell’assenza e il Comune non sa cosa rispondere, ognuno balbetta per sé. Dici Tari, tasse, e mille altre cose che riguardano la comunità, e il Comune non dice, non fa. Dici servizi essenziali, decoro e funzionalità, commercio e artigianato, qualità della vita e ancora il Comune non parla, ciascuno farfuglia solo a livello bancone da bar. Dici agricoltura, costi di produzione e prezzo finale delle uve, difesa del territorio, della natura e non solo dell’ambiente; dici del neonato parco del Matese e il Comune si assenta, non dice, sono fatti vostri. E peggio succede se il discorso prende una piega più alta: la cultura e il senso civico del vivere in un luogo. Un’assenza che non è solo fisica, ma anche simbolica, morale. Se dici cultura e turismo, ospitalità, arte, centro storico, il Comune ti guarda interdetto e traduce che sei incompetente. E peggiora se precisi che cultura e turismo non vuol dire solo Falanghina. L’identità culturale della comunità ridotta a una bottiglia di vino, per quanto eccellente. Parlare di cultura e turismo e attrattività in certi contesti per il Comune diventa quasi un atto rivoluzionario, perché rompe con la narrazione facile, commerciale, e impone invece una riflessione più ampia, più alta. Non solo marketing, ma visione. E forse è proprio questo che spaventa il Comune. Dici Comune ma già sai che non vuol dire mai unità strategica e politica, Comune non vuol dire niente. È solo la prosecuzione dello Stato centrale con altri mezzi. Solo un’emanazione burocratica e impersonale dello Stato centrale, priva di autentica autonomia politica o progettualità condivisa. Un termine svuotato del suo senso originario di comunità e ridotto a una mera macchina amministrativa incapace di generare identità, passione politica, o visione collettiva. Pensate che un Ente del genere possa trovare una linea comune, una passione comune, una matrice comune, avere un futuro? No, oggi il Comune può solo accordarsi sul prezzo da far pagare al cittadino, raggiungere un punto d’incontro provvisorio sul dare e l’avere, che poi non è nemmeno capace di tradurre in linea politica.

Insomma, a Guardia, se oggi dici Comune non ti viene niente e nessuno, se non, forse, la faccia di chi lo rappresenta.