Che fare, allora? Se ti accorgi che nel tuo paese da una parte c’è l’alleanza tra gli ominicchi e i quaquaraqua a gestire la comunità – qui presentata come la “scorza”, un sistema troppo marcio per essere riparato, ma troppo vivo per essere abbattuto -, e dall’altra non si intravedono figure ma solo “mezz’omini” – per restare nel linguaggio siculo di Sciascia – che forse hanno intuito qualcosa, ma non hanno il coraggio di fare un passo vero? Se larga parte dell’opinione pubblica si sente esclusa e offesa e avverte l’impossibilità di cambiare le cose perché il suo voto è sottoposto a una serie di pressioni, ricatti, deviazioni: e pur riuscendo a prevalere col voto avverte che è quasi impossibile rimuovere quel potere incrostato, che sopravvive a qualsiasi alternanza perché ha radici profonde, clientelari, culturali, persino psicologiche? Se ti accorgi che persino il tuo concittadino, il tuo vicino di casa, il tuo amico è diventato inerme, un figurante stanco nel teatrino della rappresentanza, allora sì, non puoi più accontentarti di indignarti. E non basta invocare genericamente “la politica” o “la cultura” come soluzioni, perché anche queste sono state divorate dalle logiche di potere della “scorza”. Alla fine, si tratta di scegliere se essere spettatori disillusi o artigiani di futuro. Nessuna risposta è facile, ma ogni rassegnazione è complicità.
Forse, proprio come suggerisce Sciascia, non si tratta di ribaltare il mondo (perché chi lo fa, spesso, finisce per riprodurre lo stesso potere con altri volti), ma di guardare il mondo con occhi puliti. Fare la propria parte, anche se piccola, per testimoniare che un’altra via è possibile. Anche se sei solo. Anche se sei inascoltato. Forse non cambierai “la scorza”, ma puoi impedire che ti cambi lei. E già questa è una forma alta di resistenza.
Perciò, bando al vittimismo e alle giaculatorie. Cosa resta da fare? Innanzitutto l’autocritica è necessaria, per capire e non ripetere gli errori, per isolare i fanatici della “scorza” che sono da sempre ai suoi margini estremi; e per giudicare le cose con senso critico. Preferire una forma di resistenza civile di tipo gandhiano, non violenta ma tenace; l’unica via percorribile in certi contesti, dove ogni altra forma di opposizione rischia di essere o cooptata o soffocata. Ma per essere efficace non può restare testimonianza individuale: deve diventare movimento collettivo, contagioso, fatto di parole chiare, gesti coerenti, piccoli ma continui atti di opposizione e costruzione. Perché la verità, come scriveva Pasolini, non è mai rivoluzionaria da sola: va detta, ma anche incarnata. O viceversa si ritiene necessaria l’azione diretta, il conflitto aperto: ma l’abisso che si è scavato in questi decenni, porta a una forma di guerra civile fredda, o tiepida. Il rancore reciproco poi ha raggiunto livelli che solo una “guerra” può risolvere, in un modo o nell’altro. Ma è un male, non è un rimedio e produce alla fine danni peggiori di quelli che vuole evitare. E non sempre vince chi ha ragione, ma solo chi è più forte o ha più mezzi. Oppure ci ritiriamo ognuno nel proprio accampamento? Ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegare nella propria vita, nei propri affetti, ideali e interessi, mantenere magari un giudizio e un atteggiamento di distanza e di critica, ma occupandosi d’altro e frequentando cenacoli ristretti in cui sentirsi a proprio agio. Altre soluzioni sono gradazioni intermedie tra queste risposte, ma non fuori di esse.
Lo dicevamo ieri, lo diciamo oggi: questo è un paese che ha una sua personalità spiccata. Un luogo che non è solo spazio fisico, un pezzo del nostro cuore è e rimarrà sempre qui nel bellissimo paese sulla collina, con le sue valli fertili e il suo popolo meraviglioso. Un paese che conserva viva l’impronta della sua storia, della sua arte, della sua tradizione civile e religiosa. Un paese, un popolo meraviglioso che in quanto a storia, cultura e religione sa dare il meglio di sé. Una comunità contadina che ha un’anima, uno spirito civico, dove gli avi sono presenti e gli invisibili si palesano nella bellezza del paesaggio. Non solo pietre, muri e altari, dunque, ma anche stile, linguaggio, relazioni di vita e costume.
È questo che si dovrebbe propagandare, mettere in rete. Un piccolo manifesto d’amore per questo paese, un richiamo alla memoria collettiva e all’identità profonda del luogo: mantenere viva la sua identità e non solo per scopi banalmente turistici o pigramente inerti. Perché sinora tutta la retorica intorno ai “borghi”, che pure è una bella parola, è stata controproducente: ha creato solo un immaginario poetico-artificioso ed evanescente utile a vendere qualche fine settimana, ma non ha certo sostenuto la comunità.
Ma per fare tutto ciò il problema è superare la “scorza”, non l’ignoranza come vorrebbero farci credere in molti! Potrei dirvi che nel mio paese ci sono giovani laureati pieni di talento e di passione che lavorano come camerieri per ottocento euro all’estero. Ma non è questo il punto! Il problema del mio paese non è l’ignoranza ma l’arroganza della “scorza”! Se vuole riconquistare un po’ di decenza non si può lasciare che resti alla guida della comunità una “scorza” megalomane vanitosa, che finge di essere modello di cambiamento mentre il paese sprofonda nella sua crisi più drammatica; annuncia, sceneggia, cerca di galleggiare a ogni prezzo, non ha altro dio all’infuori di sé!
Ecco perché, alle prossime elezioni, per salvare questo paese il programma di ogni candidato prossimo venturo dovrà somigliare alle dodici fatiche di Ercole più una. La tredicesima fatica non è una presa in giro, ma è la fatica preliminare: tagliar fuori la “scorza”.