“Chist è r’ paes mje” è la frase chiave. Questo è il mio paese, è anche la risposta a chi velatamente oggi suggerisce o intima di abbandonare Guardia, vattènne. Ma cosa ami di Guardia? È la domanda sotterranea rivolta a chi oggi viene percepito come un corpo estraneo. Non la bellezza (così simile ad altri paesi del Mezzogiorno d’Italia), non la solarità, ma la sua sinistra immobilità, nell’incuria, nel degrado e nell’ignoranza. Guardia è tale e quale a come l’aveva lasciata, pietrificata e solo invecchiata, imbalsamata da 40 anni. È una Guardia apatica, astiosa, problematica, tutt’altro che allegra e solare, quella che traspare oggi. Quella che, indotti o costretti, vivono i suoi cittadini. Una Guardia che da tempo – per dire – ha perso perfino il paragone con Cusano e Cerreto e altre realtà vicine. Guardia non è più la nostalgia di cui spesso in questi anni abbiamo scritto, sognato e idealizzato. Non è più la nostalgia nel senso etimologico della parola: il desiderio doloroso di tornare e di restare. La nostalgia che, di solito, prende chi pensa da lontano al suo paese, per cui il ritorno è quasi doveroso. Ed è compiuto da chi già nell’inflessione quasi non parla più guardiese, non pensa più guardiese. Uno che ormai si sente estraneo al suo paese. Ma che pian piano lo riscopre, ritorna la memoria, risalgono le ferite e le immagini di quel mondo lasciato da adolescente. E l’espressione con cui prorompe torna guardiese quando ne rivendica la sua appartenenza. Perché il paese delle origini ti resta dentro anche se sei andato fuori; dice il poeta, un paese rimane anche se lo hai rimosso per decenni. Un paese d’origine è quel che alla fine s’invoca dopo una vita di spaesamento. E il tuo paese è sempre la tua origine, dove ti aspetta il destino. Ma dentro ogni nostalgia del luogo perduto si cela la nostalgia del tempo perduto. Infatti la nostalgia è soprattutto nostalgia dell’infanzia, bruscamente interrotta per un fatale “incidente”: il trasferimento altrove.

Ma qui non si vuol scrivere la recensione di Guardia, negativa o positiva che sia. La Guardia del passato, della magia, delle formule rituali, delle fatture, dell’incantesimo per far morire i vermi nello stomaco dei bambini. O le credenze … Piuttosto si vuol trarre da un racconto, esemplare per chi scrive, una visione di Guardia e della sua comunità, piena di nostalgia, rabbia e sconforto. Non si può amare quella Guardia che oggi ci viene proposta da chi ha il compito di proteggerla, seppure nei suoi elementi più critici, come il centro antico. Quella Guardia ha abdicato al suo ruolo di capitale della valle già da tempo, e non solo per colpa della politica, del suo tessuto sociale ed economico, è un degrado endogeno, una decadenza per fatalismo, paura, quasi un accasciarsi nelle peggiori abitudini. E poi quel maledetto, cieco egoismo di chi davanti a una comunità in sfacelo invece di trovare soluzioni, contribuisce a sfasciarla per trarre qualche profitto personale o almeno mettersi in salvo, lui e al più i suoi famigliari e cumpar. Insomma, “se la casa brucia voglio scaldarmi anch’io”. La rabbia sale a vedere poi quegli adolescenti, già potenziali guappi, e pure gli altri, adulti volutamente idioti e assenti, e quel mondo di mezze figure e figuri, di ombre e malombre, prendere di mira tutto ciò che è “pubblico”, cioè di tutti.

Certo, Guardia non è solo quella. E non è solo Guardia. C’è tanto di vivo, di vero, di bello a Guardia e ancor più nella parte sana e genuina dei suoi abitanti. Non c’è solo quella Guardia, una Guardia che trascina poi nel baratro e nei pregiudizi tutto il resto. E concorre a rendere invivibile questo paese col suggerimento accorato di andarsene, di corsa (fuitavenne).

Dobbiamo accettare tutto questo con fatalismo, il fatalismo dell’abbandono, dopo aver stigmatizzato per una vita il fatalismo di avi e genitori? Ridotti a salire su una rampa di lancio per spiccare il volo e andarsene appena possibile, magari equipaggiati di curriculum da far fruttare altrove? Perché qui da noi i meriti e le capacità non valgono. Ma voi che siete responsabili della vostra comunità non vi accorgete che istigando alla fuga, avete spento Guardia? Però poi il corpo estraneo resta, tra il rimorso e il rimpianto, la nostalgia. Restano non solo i bei ricordi e gli scorci del passato, ma resta quel legame d’anima e di corpo, viscerale, vocale e spirituale, con la propria origine. E la convinzione che quello non sia solo il punto di partenza ma anche d’arrivo. Il luogo del destino, e della destinazione finale. E allora con tutti i guai, le brutture, le minacce, ti viene voglia ancora di dire tra le rovine della disperazione; “Chist è r’ paes mje”. Ma adesso basta! Perché, come diceva quello, sono un po’ stanchino.