Da tempo rilevo sconfortato la crisi epocale dell’interesse per Guardia. Sempre meno amministrazioni sono rette da menti illuminate, sempre meno abitanti partecipano ai dibattiti, sempre meno cittadini si interessano di Guardia. Un deficit sociale, politico, demografico e istituzionale. E mai nessuno poi che analizza l’unica ragione di questa crisi: non c’è più amore per la propria comunità. E non c’è più amore nella politica, intesa come servizio al bene comune, come gestione del “bene” pubblico; quella molla originaria, quell’energia primaria a Guardia è disattivata da tempo. Escludendo il calcio domenicale e qualche piccolezza per gonzi – vedi le luci d’artista di deluchiana memoria – , nulla suscita più passione, ideale e civile, né trasporto, fierezza di tradizione, aspettativa di cambiamento. Resta solo una traccia deviata e perversa di quel sentimento: l’ego fastidioso, l’interesse personale, il rancore, il risentimento che tende a tradursi nel cittadino in disaffezione, scontentezza. E il tutto conduce a farsi i c… propri e in prevalenza ad allontanarsi da quella che una volta era la politica. Una politica che non ha più vergogna né pudore. E vale anche per certi sapientoni da bar guardiesi che magari alle cose ci arrivano e le capiscono pure ma poi, per la serie “tengo famiglia” non hanno il coraggio di prendere posizione, schierarsi. Hai visto mai che perdano qualche beneficio?
Tuttavia il fatto che molti a Guardia non siano interessati alla politica, non vogliono stare in cima, non scalpitano per partecipare, per decidere, non desiderano le responsabilità, è un bene, perché altrimenti saremmo in guerra tutti contro tutti. Però è anche un male, perché quando non siamo interessati a qualcosa non esercitiamo le “risorse intellettuali” che servono per comprendere la propria comunità. Rimaniamo ignoranti. Anche per questo motivo – se ci pensate – Guardia è guidata sempre dalle stesse persone. Persone che se non hanno una carica considerano la loro vita professionale inutile o finita e sono alla continua ricerca di un incarico che legittimi la loro esistenza. E quando riescono ad ottenere un qualsiasi riconoscimento, attraverso appoggi e rapporti di relazione, cambiano carattere, cambiano look, cambiano modo di essere e si trasformano in altezzosi personaggi senza scrupoli. Fateci caso e osservate attentamente il nostro pseudo amministratore guardiese tipo, giovane o vecchio che sia, come si comporta. Meglio ancora se lo conoscevate prima che conquistasse quell’assessorato, quella sindacatura o quell’incarico partitico che gli conferisce tale attribuzione perché scoprirete come possono cambiare le persone. Se tu le conosci quando non hanno nessuna carica noterai un atteggiamento molto accondiscendente e poi appena trovata la carica cambiano personalità e diventano arroganti e prepotenti. La disponibilità da prima affabile diventa sufficienza, il senso di maestosa superiorità sono gli effetti della trasformazione di persone che si sentono personaggi una volta acquisito quello status sociale tutto italiano (e quindi guardiese): la cosiddetta “poltrona”. Un fenomeno sicuramente obsoleto e di certo non riconducibile solo a Guardia, ma ben radicato nel nostro sistema socio-economico, che vede la continua ricerca di ottenere riconoscimenti, incarichi effimeri dal potente politico, intestazioni di ogni genere, semplici consiglieri comunali, coordinatori locali di partito, ecc… spesso senza che siano necessariamente di reale autorità, anzi, talvolta si tratta di minime mansioni, per sentirsi migliori o superiori degli altri. Cariche che, sempre più spesso, vengono affidate a persone che non sono all’altezza del ruolo o non hanno proprio le competenze ma poiché siamo immersi in un’economia di relazione e di raccomandazione, l’onorevole di turno gli conferirà l’incarico e il soggetto in questione lo interpreterà in maniera esagerata. Questo è poi il paradosso: più vige l’assenza di merito e più l’approccio sarà sproporzionato. Persone, probabilmente prive di autostima, che hanno come obiettivo di vita il riconoscimento e che una volta ottenuto si trasformano in egolatri dalle mille arie che non tengono più conto dei rapporti personali precedenti perché loro ormai si sentono destinati all’olimpo degli dei e quindi si relazionano solo con i pochi eletti e tutto quello che c’era prima non conta più.
Questa secondo me è una cosa vecchia che andrebbe superata soprattutto per le nuove generazioni guardiesi che così facendo non hanno spazio. Ci sono giovani di grande talento che sono costretti a non impegnarsi in politica perché a Guardia non c’è spazio, perché esiste questo target, perché devono prevalere sempre gli stessi. La conseguenza è sotto i nostri occhi. Bisogna iniziare a cambiare rotta nella valutazione di queste situazioni anche perché viviamo nell’era dei social dove l’apparenza regna e crea parecchi disagi soprattutto alle generazioni più giovani.
Ciò detto, vero è che a Guardia l’interesse per la propria comunità si è andato gradualmente spegnendo: ma anche quella matrice in un certo modo “polemica”, ostile, un tempo strettamente intrecciata alla passione comunitaria, che si collegava a un popolo, un territorio, una tradizione e che aveva pur sempre un risvolto positivo; quella scintilla che negli anni trascorsi suscitava entusiasmo nei proseliti, si è via via raffreddata. E la motivazione, ovvero la spinta a impegnarsi, anche nella prospettiva di incidere e determinare conseguenze per Guardia, si è andata spegnendo anche perché si è resa sempre più velleitaria l’aspettativa di determinare cambiamenti o resistenza ad essi. Non c’è più interesse per Guardia, solo alcune simulazioni, o al più c’è una sorta di delega, sempre agli stessi personaggi di mimare, rappresentare e colmare questa carenza sul palcoscenico della vita socio-politica guardiese.
Altro che il “bene di Guardia”, perfino i personaggi più seguiti, con forti mandati – seppure con aleatori consensi -, non sono l’espressione di un’investitura popolare della maggioranza della popolazione, di un consenso partecipativo ma sono frutto di una delega. Provaci tu, pensaci tu, vai avanti tu che mi vien da ridere, ben sapendo che alta è la probabilità di delusione delle aspettative e dunque breve è la parabola in cui perdura questa investitura. Che di sicuro non indica un decisionismo partecipativo, a furor di popolo, ma un mandato a sbrigarsela direttamente lui.
Ma non bisogna farla troppo dura: la gestione della cosa pubblica a Guardia è questa. E questa non è più politica e non è più nemmeno politica decadente, è puro volantinaggio. E non sarebbe un grosso problema, non fosse che quei volantini sono per noi, e noi non chiediamo niente di più e niente di meglio. Non si può gestire una comunità senza passione ideale e civile, senz’anima, senza motivazione; senza quell’impulso che non nasce semplicemente dal calcolo, dal tornaconto o dallo scambio elettorale, o da una collezione di carriere individuali, a unite soltanto dalla reciproca utilità e convenienza, fino a che dura. Tutto a Guardia dovrebbe avere una radice in quella passione. Che naturalmente s’intreccia strettamente con interessi reali, bisogni avvertiti, necessità. E quando non c’è più quell’intreccio, restano solo gli interessi da difendere. E ogni mobilitazione è strumentale. Perché non c’è più un popolo che avanza, al più una fila di trattori lungo la Stretto della Portella…