Guardia, negli ultimi anni, ha cambiato volto in peggio, e il suo paesaggio continua a mutare talmente in fretta da rendersi quasi irriconoscibile. Sembra ormai una comunità “postuma a sé stessa”. Ma in fondo Guardia, nonostante la sua opulenta policromia, ha sempre fatto propria l’atmosfera malinconicamente cupa: come se vivesse una “fine continuamente rimandata”, un luogo dove il tempo della Storia pare comunque essersi definitivamente fermato.
Uno scrittore italiano (non ricordo bene se Calvino o Pavese), nella seconda metà del secolo scorso, notava come – riferendosi a Roma – “le persone nate e cresciute in un luogo preferirebbero morire piuttosto che andare a vivere altrove: pochi altri luoghi generano un attaccamento altrettanto simbiotico, o meglio nevrotico, fino a narcotizzare la capacità di cambiamento che distingue l’essere umano”. Ma questo sentimento – con la fine del ventesimo secolo, e con la classe dirigente di cui disponiamo – vale ancora oggi? Soprattutto vale per Guardia? Senza dubbio molto meno che in passato.
Ovviamente Guardia – che in regione Campania e in Italia nelle locandine qualcuno ancora persiste nel chiamarla Guardia San Framonti (e a Guardia qualcuno ancora parla di cultura) – è ancora tanto, ma in modo assai diverso che in passato: senz’altro meno mamma e più matrigna, e con pochi volti da mostrare. Il pensiero va a quei slanci di vitalità da parte di pochi, che tuttavia mal si conciliano con la inadeguatezza dell’istituzione locale. Oggi la Guardia del “sempre-uguale” è sempre più uguale, ma non solo nel senso della piattezza e dell’omologazione, anche nel senso delle facce. Eppure basterebbe che la sua classe politica si facesse da parte, vista la totale inconsistenza, e affidasse a un esperto/i esterno i compiti per un eventuale rilancio in termini di attrattività, lasciando all’istituzione le normali incombenze di una amministrazione pubblica. Perché negli ultimi anni l’immagine di Guardia è quella di una comunità sempre più rassegnata e decadente: grigia come il cemento che la sommerge e sfiancante come il congestionamento asfissiante del traffico cittadino. I rioni hanno ormai smarrito le loro specificità: al di fuori delle bellezze ineguagliabili del centro storico, trasformatosi peraltro in un immenso rudere a cielo aperto, si srotola una geografia di ambienti tristemente simili. Si è persa quella coesistenza di tono aulico e popolare, che era una delle principali caratteristiche della comunità guardiese. Ciò che emerge in modo particolare è la situazione di abbandono in cui versano alcune parti della comunità, tra incuria e degrado sia urbano che sociale, a tutto vantaggio di un’idea di paese-vetrina senz’anima che ogni agosto (per una settimana) genera gli eccessi di un crescente e parassitario eno-turismo. Nel frattempo la programmazione sociale e culturale è tutta concentrata su convegni autoreferenziali, su piccoli eventi spot, quando ciò che veramente servirebbe è una strategia che riaffermi un senso nuovo della località, con opere e iniziative più penetranti e diffuse. Persino la fugace “movida” estiva dovuta ai Riti si è andata via via spegnendo nel tempo: oggi prevale il modello “a letto presto”.
Chi ha avuto modo di visitare Guardia proprio in occasione dei Riti, ha trovato un paese abbandonato e fatiscente, un paese che ha nascosto la polvere sotto il tappeto, un paese all’apparenza vivo solo grazie alla volontà dei residenti. Ha visto case diroccate e intonaci scrostati, selciato dissestato da parecchi anni per carenza di manutenzione, luoghi grigi e pieni di odori, tutto all’insegna della rovina e della bruttezza. E in un luogo animato dalla disarmonia si vive peggio. Insomma, Guardia agli inizi del terzo millennio ci appare tristemente uniforme: dal punto di vista degli stili di vita e di consumo come dell’immaginario e della produzione culturale. Volendo estremizzare, arriveremo a rimpiangere la “ribollente energia” del vecchio guardiese da bettola, sboccato e attaccabrighe, con la sua vitalità ferina ma ruvidamente fraterna, con la sua malinconica e fracassona sgangheratezza, la sua antica naturalezza, preclusa alla prudenza e alla moderazione, e refrattaria alla continua e a volte soffocante vigilanza dell’intelletto critico dei giorni nostri. Persino la rissosità – mi sia consentita la provocazione –, che a volte si trasfigurava in spacconesca messinscena, ora è solo sguaiata e volgare. Oggi il guardiese si è per la gran parte imbastardito: ovunque sembra dominare una spudorata ostentazione di ricchezza, potere e vanità, in un contesto di generale infiacchimento e ipocrisia. Un paese che sfinisce e logora, ma che al tempo stesso sa segretamente caricarti “con le piccole gioie quotidiane e con la simpatia dei suoi abitanti”; una comunità che addormenta nei suoi ritmi naturali e nelle sabbie mobili delle sue pause interminabili ma che contemporaneamente instilla nei suoi abitanti un’energia vibrante. Guardia, in sostanza, oggi vive una temporalità diversa, connessa alla sua tendenza irriducibile a dilatare, prolungare, rimandare ogni incombenza, tra approssimazione, indifferenza e vitalismo, sciatteria e senso del sacro, nichilismo e trascendenza, malinconia e furbizia, e la stralunata goliardia tipica del suo passato, di chi si apre fin da subito per non aprirsi però mai del tutto.
C’è allora da chiedersi che cosa sia rimasto di ciò che fino a qualche decennio fa percepivamo, più o meno a ragione, come di suo peculiare. Senz’altro è rimasto ben poco della Guardia misteriosamente accogliente in cui si imbatterono i nostri avi.