Diciamo la verità. Il sogno (inconfessato) dei guardiesi – soprattutto ora che i Riti sono terminati – è andarsene da Guardia. In massa, a scaglioni, alla spicciolata, in qualunque modo verso qualunque meta. Purché fuori da questo paese anonimo, insopportabile, invivibile, tumefatto, paralizzato. Spostarsi in una località più umana e più vivibile; andarsene al mare, in montagna, in città, all’estero. Tutte le strade portano fuori Guardia nelle aspirazioni di larga parte di cittadini (e non solo giovani). Le strade dei desideri, naturalmente (o dovremmo dire, purtroppo). Perché pochi guardiesi possono permetterselo davvero, ma comunque tanti stanno pensando di andarsene e alcuni stanno già traslocando o spostando gradualmente la loro residenza altrove (basta dare un’occhiata alle statistiche). Leggevo ieri sulla stampa del boom di presenze di Telese Terme. Guardia sta sicuramente peggio, il suo, è un declino fastoso, spettacolare, in mondovisione (grazie anche alla vetrina dei Riti); tutto è più esagerato a Guardia, anche la decadenza. Una Guardialand con la damigiana. I suoi abitanti la vivono come un gatto che ronfa e non vuole essere disturbato. Resistono nella “Mille e una notte” di Guardia solo coloro che pensano di lucrare qualcosa in più dall’inerzia, tipo gli amministratori pubblici, gli affaristi e tutti gli interessati all’indotto vitivinicolo, inclusi cantinieri e qualche b&b. Gente che ha il curriculum: provate competenze di scialo. A Guardia da quattro anni si ride, ma è un riso malandrino. Accorrono gli artisti, gli amanti dell’ambiente e del territorio, gli enoturisti, gli amanti di aglianico e porchetta, del brindisi e delle danze (in estate sette giorni di vanità sfrenata, che fanno rimpiangere i lanzichenecchi per la loro delicatezza), mentre il guardiese, all’inizio forse tutto felice, ma alla fine tutto incazzato, sogna di fuggire dal suo paese o di mantenere una cittadinanza light, minima, saltuaria. Gli unici rapporti davvero sentiti dei cittadini con la propria amministrazione sono i sogni e le tasse; il peccato originale di abitare a Guardia. Nessuno confida più in nessuno che possa salvare la comunità. Nessuno è in grado di salvare la comunità, può solo complicarle la vita, aggravarla col suo carico istituzionale e i suoi show cooking in abiti da gagà. Se i guardiesi dovessero confidare in una figura pubblica, la speranza sarebbe un Commissario (intelligenza artificiale, segretario, tesoriere, base e vertice, unico a comandare ed unico a obbedire, maggioranza e minoranza, capo e coda) che predisponesse un piano di evacuazione del paese di tutti i richiedenti asilo nell’altrove; un piano di facilitazione per la fuoruscita, a colpi di smart working tra i filari di viti e posto riservato per la presentazione del prossimo libro estivo; colonia estiva e invernale per pensionati locali e stranieri, agevolazioni per prendere una casa lontano da Guardia e almeno un domicilio fuori.

Altro che assalto dello straniero; c’è al contrario in programma una retromarcia da Guardia ben più massiccia. Non c’è conversazione tra abitanti che non finisca a esprimere disagio e disgusto per il paese, a paragonarlo col passato e rimpiangerlo com’era. Nei bar e nei ritrovi pubblici è sempre più frequente la confessione che si vorrebbe andar via, ma non si può per ragioni di lavoro, di casa o di famiglia; i figli, gli anziani. Una comunità spacciata, in ogni senso, guidata da una amministrazione vanità, una amministrazione che da quattro anni inciampa sulla presunzione, altro che straordinaria gemma del sud. Ma non c’è fretta, c’è tempo. Noi non disperiamo.

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