Ritratti guardiesi

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Bisogna prenderli sul serio, senza mai prenderli sul serio, i “politici” guardiesi. Soprattutto chi sta in cima al palcoscenico e a quello dello spettacolo che da tempo coincidono nella nostra comunità. Sono i padroni della vita socio-politica pubblica, e sono fatti apposta per interferire in quella privata. Sono i protagonisti del teatro quotidiano, del potere, del pensiero politico, dei comportamenti sociali, dei vantaggi e degli svantaggi del vivere comune. Li conosci, li frequenti. Hanno il privilegio dei banconi dei bar, della scena e i molti danni generati dalla troppa luce. Li guardiamo, li giudichiamo. A volte, persino li votiamo. Indossano i panni del potere non solo locale che è tante volte tragico e tante altre comico. Ognuno di loro ha un sapore, qualche volta suadente, qualche volta disturbante, dipende dai gusti. Ci assomigliano nel bene ma anche nel male (a Pompei affiora la stanza degli schiavi e da noi risorgono gli avi), la loro storia è sempre una parte della nostra, anche quando non ci piace. Un teatro di burattini spesso crudeli, sempre dilettanti, che malamente amministrano la comunità dissipando le ricchezze a favore di pochi e a discapito di tutti. Un teatro dei burattini – la storia politica guardiese – dove prevale la commedia che per lunga tradizione fabbrichiamo in proprio, aggiungendovi la maestria meridionale che è l’ipocrisia, la furbizia, il cinismo, più una robusta passata di incenso devozionale ad agevolare l’assoluzione in proprio e la dimenticanza collettiva. Un insieme di espedienti buono sempre per risollevarci dai danni che ci infliggiamo.

Da quanto tempo i nostri eroi sono solo negligenti involucri di chiacchiere? Da quanto si dichiarano a vicenda guerre e armistizi, senza mai alzarsi dal tavolo di gioco? Nati (e votati) per sbrogliare i gomitoli dei problemi di una disgraziata comunità, i nostri “politici” negli anni hanno finito per passarseli al volo – incompetenti contro incompetenti – in una impermanenza di senso, di significato, di futuro, di funzioni. Com’è che i nostri politici sono diventati la fabbrica dei cialtroni e noi siamo i più bravi a fare finta di non accorgercene? Com’è possibile che la loro luminosità duri da quasi trent’anni e il masochismo oscuro di una generazione da altrettanti? Come mai così tanti guardiesi credono ancora alle loro idiozie? Nemmeno la pandemia è riuscita a distrarli dal loro gioco autoreferenziale.

Vi piace come prospettiva? A me no. E raccontare le storie di chi la sta fabbricando proprio sotto ai nostri occhi – noi vittime, noi complici, noi troppo distratti dai guai quotidiani – equivale a tagliare qualche filo dalle maschere che indossano, e che li nasconde.

Nel libro che segue questa breve introduzione raccontiamo le loro storie, i loro demeriti, i loro limiti, le loro magagne. Dal sindaco agli assessori. Dall’avvocato al coltivatore diretto. Dal medico fino al vignaiolo. Uomini. Donne. Primi attori e comparse. Brevi ritratti. Istantanee sulle loro personalità e sulla Guardia di oggi. E su un “padrino” in forma di post scriptum che li precede e supera tutti.

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